Archivio per giugno 2017 | Pagina di archivio mensile

Bambini adottati, 12 mesi in famiglia ne valgono 16

Bambini adottati

 

FONTE:  WWW.VITA.IT

«Essere accuditi in una famiglia ha permesso loro di crescere con un’accelerazione superiore a quella dei coetanei, tanto che si potrebbe affermare che in un anno “abbiano vissuto 16 mesi”»: così una ricerca sul primo anno in famiglia dei bambini adottati, svolto dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano. In un anno i bambini guadagnano in media 7 punti di quoziente intellettivo

Un anno in famiglia, da figlio? Per un bambino adottato non vale dodici mesi, ma molto di più: sedici mesi. Lo ha evidenziato una ricerca triennale promossa dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, sotto la supervisione del prof. Jesus Palacios dell’Università di Siviglia, in collaborazione con “Il Cerchio”, Centro Adozioni dell’ASL Milano 1 e l’Ospedale San Paolo di Milano. L’obiettivo della ricerca, realizzata fra il 2011 e il 2014, era monitorare il primo anno di inserimento del bambino adottivo nella nuova famiglia, con un’attenzione specifica all’andamento delle relazioni familiari e alle possibilità di recupero dei bambini rispetto agli svantaggi iniziali, rispetto allo sviluppo fisico, cognitivo e psicosociale. Qualche tempo fa sui social giravano le “foto su come la gioia dell’adozione cambia i bambini” (qui un esempio a caso): un giochino facile, basta scegliere due foto giuste, si potrebbe pensare. Ma è la realtà.

I ricercatori hanno incontrato il bambino entro due mesi dall’inserimento in famiglia, prima a casa e poi al Centro Adozioni. Un anno dopo il nuovo incontro si svolge presso il Centro Adozioni, con l’intera famiglia: viene ripetuta la somministrazione del test cognitivo al bambino e del questionario ai genitori. Sono state coinvolte le 62 famiglie seguite dal Centro Adozioni: 10 sono casi di adozione nazionale e 52 casi di adozione internazionale (tra cui cinque fratrie), per un totale di 68 bambini e 124 genitori. Lo studio è presentato oggi nel primo numero della neonata newsletter del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Dall’analisi degli itinerari di crescita compiuti dai bambini dal punto di vista cognitivo e del controllo emotivo è emerso che essere accuditi in una famiglia ha permesso loro di crescere con un’accelerazione superiore a quella dei coetanei, tanto che si potrebbe affermare che in un anno “abbiano vissuto 16 mesi”. Nel medesimo lasso di tempo hanno guadagnato in media 7 punti di quoziente intellettivo», si legge. «L’adozione viene quindi confermata come un contesto di vita favorevole per lo sviluppo e il recupero dei bambini: una sfida per i genitori e per tutto il contesto sociale».

Foto Jorge Barahona /Unsplash

Il parto segreto, l’alternativa alle tragedie di Trieste e Settimo Torinese

Parto segretoFONTE: www.vita.it

Poche settimane fa Trieste, ora Settimo Torinese: la madre ha confessato, ha partorito in casa e gettato il neonato dal balcone. Casi drammatici. Un’alternativa c’è. In Italia ogni anno circa 300 neonati non vengono riconosciuti alla nascita e in pochi giorni sono accolti in una famiglia adottiva. L’appello è unanime: dare piena attuazione alla normativa vigente sul parto segreto e rafforzarne la conoscenza

Ha confessato la donna di Settimo Torinese: ha partorito il bambino in casa e poi l’ha gettato dal balcone, secondo piano di una palazzina. Il bambino era stato ritrovato ieri all’alba da due netturbini ed era morto poco dopo l’arrivo in ospedale. La donna ha 34 anni, è italiana, un compagno agente immobiliare e una figlia di tre anni. Interrogata dai carabinieri per tutta la notte, è crollata questa mattina all’alba. Una tragedia che lascia attoniti, a pochi giorni di distanza da un episodio per certi versi analogo, avvenuto a Trieste: anche lì una ragazza aveva partorito in casa e abbandonato il bambino nel giardino condominiale. Anche lì ci si era stupiti per la parvenza di “normalità” della famiglia, per l’assenza di un disagio conclamato. Qui c’è differenza d’età: 34 anni, un compagno e una figlia non sono la stessa cosa che 16 anni e la solitudine. Ma forse c’è lo stesso non vedere un’alternativa. E il non sapere che è possibile partorire in sicurezza – per sé e per il bambino – e in anonimato, senza lasciare traccia del proprio nome, affidando il bambino a un’adozione.

Lo aveva detto subito, all’indomani dei fatti di Trieste, la Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, Filomena Albano: «Anche i più giovani devono sapere che, anche se non si sentono pronti a diventare genitori, hanno delle alternative e possono comunque dare alla luce un neonato, che potrà vivere ed essere accolto in una famiglia che desidera crescerlo avendone la responsabilità. L’adozione è una enorme risorsa. L’Italia rispetta la volontà della madre di non essere nominata al momento del parto, nella massima riservatezza e senza giudizi colpevolizzanti, occorre diffondere la consapevolezza che esistono alternative a scelte drammatiche: le ragazze devono avere fiducia, devono chiedere aiuto e accettare aiuto, perché non sono sole».

«Non possiamo non sottolineare l’importanza di rafforzare la rete di prevenzione per scongiurare altri drammi, lavorando sulla comunicazione all’interno delle scuole, nei consultori, in tutta la rete dei servizi, per intercettare per tempo le situazioni di maggiore fragilità e per diffondere tra tutte le donne la conoscenza della legge italiana, che prevede la possibilità di tutelare il parto in anonimato in ospedale»: aveva detto Raffaela Milano, Direttore dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

Cosa dice la legge
La legge italiana infatti consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’Ospedale dove è nato (DPR 396/2000, art. 30, comma 2) affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata”. Una maggiore conoscenza di questa opportunità contribuirebbe a diminuire i parti non assistiti, garantendo l’incolumità delle donne e dei bambini ed evitando gli abbandoni di neonati in luoghi non sicuri. Negli ultimi dieci anni il numero di neonati non riconosciuti alla nascita si è fortemente ridotto: erano 410 nel 2004 e sono stati 278 nel 2014, con un calo di oltre il 30%. Un calo che per Donata Nova Micucci di Anfaa può essere collegata al fatto che alcune sentenze recenti vadano nella direzione di indebolire la garanzia di anonimato, spingendo le donne a scegliere l’aborto o per l’appunto il parto in luoghi e modi infinitamente meno sicuri di un ospedale, con un aumento di infanticidi o di bimbi abbandonati in luoghi che mettono in pericolo la loro vita. «Una rilevazione effettuata da Anfaa fra il 2000 e il 2014 attesta un calo del 23% circa dei minori non riconosciuti alla nascita, come se il solo sapere che il Parlamento stava discutendo questa possibilità avesse portato le donne a fare altre scelte», ci aveva detto Micucci. Invece, con il parto in anonimato «a pochi giorni dalla nascita, il piccolo viene inserito in una famiglia adottiva, individuata dal Tribunale per i Minorenni fra quelle che hanno presentato domanda di adozione al Tribunale stesso: sono circa 300 all’anno i neonati non riconosciuti che, grazie a queste disposizioni, vengono adottati in Italia».

Cosa fare per far conoscere la legge
Per Raffaella Milano «casi come questi ci confermano l’importanza fondamentale di attivare ogni forma di attenzione nei confronti di chi vive condizioni di particolare fragilità sociale e psicologica, con il coinvolgimento attivo di insegnanti, pediatri, medici di famiglia, per diffondere ad ogni livello la conoscenza della possibilità di essere sempre assistite in ospedale durante il parto, dove si può partorire in totale anonimato, avendo la possibilità di dare alla luce il bambino in ospedale, senza l’obbligo di riconoscerlo alla nascita». Mentre Anfaa richiama l’urgente necessità che in situazioni come questa «i mezzi di informazione, oltre a stigmatizzare severamente l’accaduto, ricordino che le donne, sposate o no, comprese le extracomunitarie senza permesso di soggiorno, che non intendono riconoscere il proprio nato, hanno diritto a partorire in assoluta segretezza negli ospedali e nelle strutture sanitarie garantendo a se stesse e al neonato la necessaria assistenza e le opportune cure». Per scongiurare altri drammatici abbandoni o infanticidi, l’Anfaa ritiene indispensabile «che al più presto il Ministero della salute, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni assuma le necessarie iniziative per la piena attuazione della normativa vigente in materia di riconoscimento e non riconoscimento dei neonati e di tutela del diritto alla segretezza del parto, per promuovere campagne informative al riguardo e per l’attivazione di tavoli di lavoro multidisciplinari che vedano la partecipazione di tutti gli attori coinvolti».