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Formazione in Costellazioni Familiari 2018 Milano – Armonia nella propria vita

Percorso Costellazioni Milano“Prima di cercare di voler star bene, chiediti se sei disposto a rinunciare alle cose che ti fanno star male”.

Il percorso è strutturato in sette moduli specifici ma interdipendenti tra loro.
Attraverso il metodo delle costellazioni familiari, integrate con altre metodologie, si cercherà di mettere in luce le cause di disagi e malesseri sia personali sia relazionali per comprendere come far nuovamente fluire armonia e benessere.
Al termine degli incontri, i partecipanti conosceranno e utilizzeranno gli elementi di sistemica e altre metodologie, per esplorare le principali dinamiche personali e relazionali così da poterle comprendere e usare in ambito personale e professionale.
Il percorso è pertanto rivolto in modo specifico a counselor, coach, consulenti, insegnanti, educatori, che impegnati in una relazione d’aiuto, intendono approfondire la conoscenza del metodo sistemico e delle costellazioni familiari.
Alcuni moduli saranno aperti a coloro che cercano, attraverso un percorso di consapevolezza personale, di ritrovare benessere nella propria vita privata e lavorativa.

1° modulo

Milano 3-4 febbraio 2018 – Elementi di sistemica I: la famiglia d’origine

–  I diversi sistemi di appartenenza
–  La famiglia d’origine
–  L’albero genealogico
–  Legami e copioni familiari
–  Le costellazioni familiari e gli ordini dell’amore

2° modulo

Milano, 3-4 marzo 2018 – Conoscere se stessi
–  Essenza e personalità: una nuova visione
–  Le forme mentali: osservazione e presenza
–  Lo spazio del cuore e del non giudizio
–  La meditazione “brevi momenti”
–  Osservare, sentire, lasciar andare attraverso le costellazioni
3° modulo

Milano, 7-8 aprile 2018 – Elementi di sistemica II: la famiglia attuale

–  La famiglia attuale
–  La relazione di coppia
–  Le adozioni e gli affidamenti
–  La famiglia allargata: nuove relazioni
–  Esplorazione delle dinamiche familiari nella propria famiglia

4° modulo

Milano, 12-13 maggio 2018 – Elementi di sistemica III. Le relazioni professionali
–  Gli ordini nella relazione d’aiuto
–  La leadership: l’empatia, il ricalco, la risonanza, la presenza
–  Il linguaggio verbale e il linguaggio non verbale nelle costellazioni familiari
–  Le costellazioni individuali
–  Il rilassamento e la meditazione

5° modulo

Milano, 16-17 giugno – La Pedagogia Sistemica Integrata
–  I bambini – le relazioni
–  Dove guardano i bambini
–  I traumi prenatali e perinatali
–  Le costellazioni individuali
–  Le costellazioni attraverso le fiabe

6° modulo

Milano, 8-9 settembre 2018 – Sintomi e benessere
–  Il sentire del corpo
–  Sintomi e le malattie: una visione sistemica
–  L’esclusione, l’accoglienza il benessere
–  Trauma e risorse
–  Sulla morte e sul morire

7° modulo

Milano, 6-7 ottobre 2018 –Le costellazioni in ambito lavorativo

–  Gli ordini all’interno dei sistemi lavorativi
–  Gli ordini del successo: il successo e il denaro
–  Pratica in costellazioni e supervisioni

Celli Donatella

Pedagogista e Counselor sistemico ha conseguito un Master sul Disagio Preadolescenziale, un diploma in MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi, una formazione in Costellazioni Familiari, in Comunicazione, in Somatic Experiencing.
Docente di sistemica, conduce percorsi in Pedagogia Sistemica Integrata, in Costellazioni Familiari, laboratori per Genitori e Figli, sessioni individuali di Costellazioni Familiari e Somatic Experiencing.

E’ autrice di “Oltre il limite” (ed. Magi), “Il sentire dei bambini”; “I bambini, le relazioni, i Traumi”; “Genitori e figli imperfetti e felici ; “Mamma e papa giochiamo insieme?” (ed. Tecniche Nuove)

Massimiliano Babusci

Counselor sistemico e fondatore di parentAbility, (www.parentability.it)
Docente e professionista esperto di Costellazioni Familiari, Comunicazione, e altre tecniche di comunicazione autentica.
E’ stato direttore didattico di diversi enti di formazione in counseling. Da oltre 20 anni si occupa di sviluppo delle qualità umane e di facilitazione del cambiamento. Autore di diversi testi didattici per la formazione in Counseling oltre a “L’Adozione consapevole” e “Dimmi dove sei”(ed. Rayuela Edizioni)

Informazioni

Donatella Celli cellidonatella1@gmail.com – cell.338 5669933

Massimiliano Babusci max@massimilianobabusci.it – cell. 335.324308

Valeria Mosca vallymarci@gmail.com – cell. 339 6296586

Maria Rosa Iacco mery.iacco@gmail.com – cell. ‭+39 349 3647796‬

Modulo di iscrizione costellazioni Milano

La frequenza genera crediti per la formazione del curriculum olistico o degli ECP (*) SICOOL Società Italiana Counselor e Operatore Olistico – Associazione di categoria professionale, per tutti gli usi consentiti dalla L. 4/2013.

(*) = Educazione Continua Professionale – aggiornamenti professionali
Attività professionale svolta ai sensi della Legge 4 del 14 gennaio 2013. Il programma dei corsi e le date vanno interpretate come un’indicazione di massima e saranno confermate poi nei dettagli al raggiungimento di almeno 12 partecipanti.

Sentenza. La Corte costituzionale: maternità surrogata, offesa intollerabile alla donna

Maternità surrogata

«L’esigenza di verità» nella filiazione non può imporsi «in modo automatico sull’interesse del minore». Serve una «valutazione comparativa». Ma se il soggetto è un bimbo nato da utero in affitto, e di questa valutazione «fa parte necessariamente la considerazione dell’elevato grado di disvalore che il nostro ordinamento riconnette alla surrogazione di maternità, vietata da apposita disposizione penale». Sono i princìpi di diritto enunciati ieri dalla Corte costituzionale, nella cui cancelleria è stata depositata l’attesa sentenza 272/2017 redatta da Giuliano Amato. Il giudizio – tecnicamente molto complesso e di non facile interpretazione – era stato deferito alla Consulta dalla Corte d’appello di Milano, che sospettava l’incostituzionalità dell’articolo 263 del Codice civile: a detta dei giudici milanesi, infatti, la norma rendeva possibile il disconoscimento del figlio avuto con modalità diverse da quelle naturali anche quando quest’azione giuridica contrastava con l’interesse del piccolo. Nella sostanza, però, il procedimento in Consulta ha permesso di chiarire quando è possibile riconoscere giuridicamente un legame di filiazione diverso da quella naturale, e quali sono i limiti perché ciò accada.

Per giungere a ciò, preliminarmente, la Corte ha dovuto argomentare come nella filiazione il criterio di verità non sia un principio assoluto: lo dimostra l’istituto dell’adozione, dove il legame genitoriale prescinde da quello genetico. Va dunque escluso che l’«accertamento della verità biologica e genetica dell’individuo costituisca un valore di rilevanza costituzionale assoluta», ma nello stesso tempo bisogna «riconoscere un accentuato favore dell’ordinamento per la conformità dello status alla realtà della procreazione». Tra queste due dimensioni bisogna dunque operare un «bilanciamento», consapevoli che il punto di equilibrio deve coincidere con «l’interesse del minore».

«Vi sono casi – ricorda la Consulta – nei quali la valutazione comparativa tra gli interessi è fatta direttamente dalla legge, come accade con il divieto di disconoscimento a seguito di fecondazione eterologa (il coniuge o il convivente che ha prestato il consenso al figlio non può disconoscerlo, anche se non gli ha impresso i propri geni)». In altri, invece, lascia la possibilità che vengano valutate le singole situazioni, e a tal proposito i giudici costituzionali forniscono tre criteri per orientare la decisione: «Durata del rapporto instauratosi col minore», «modalità del concepimento e della gestazione», «presenza di strumenti legali che consentano la costituzione di un legame giuridico col genitore contestato».

Proprio dopo aver enunciato questi criteri, la Consulta lancia un esplicito affondo contro la maternità surrogata: la surrogazione di maternità «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». La sentenza riconosce che «nel silenzio della legge» (diversamente da quanto accade con l’eterologa) non è possibile disciplinare univocamente la filiazione che da essa discende, ricordando poi come il nostro ordinamento le attribuisca un «elevato grado di disvalore».

Secondo i giudici costituzionali, dunque, per attribuire la filiazione di un bimbo nato da un utero in affitto bisogna innanzitutto considerare la grande contrarietà della pratica al nostro corpus giuridico. Se fosse per ciò solo, dunque, il piccolo non potrebbe esser ritenuto figlio di chi l’ha fatto “assembleare” e “gestare” a pagamento. Bisogna tuttavia verificare se questa soluzione sia o meno superabile alla luce dell’interesse del minore, e l’operazione concreta consiste nell’applicazione dei tre criteri sopra enunciati.

Criteri che, nel caso della surrogazione di maternità, sembrerebbero chiedere un’attenta valutazione solo riguardo alla durata del rapporto dei “committenti” con il minore. Quanto infatti alle modalità del concepimento e della gravidanza, la circostanza per cui i “committenti” abbiano scelto la gestante e colei che offre a pagamento i suoi gameti da un catalogo (così avviene nella pressoché totalità dei casi) difficilmente potrebbe essere considerato sintomo di un interesse del bimbo a venire considerato loro figlio.

Quanto invece alla possibilità di instaurare comunque un legame giuridico, il “committente” non genitore avrebbe la possibilità di valutare l’adozione «in casi particolari», quella cioè non legittimante. Così il bimbo rimarrebbe tutelato. Ma, contemporaneamente, colui che ha violato la legge non si vedrebbe riconosciuta quella genitorialità piena cui avrebbe aspirato. Un «bilanciamento» tra verità della filiazione e interesse del minore, d’ora innanzi offerto dalla Corte a tutte le magistrature d’Italia.

Fonte: Avvenire.it – Marcello Palmieri lunedì 18 dicembre 2017

Pescara, “L’Adozione Reciproca”: il De Cecco capofila nell’accoglienza di studenti adottati

De Cecco“Un progetto che mira a entrare in un mondo molto difficile, in cui occorre stabilire un rapporto intenso e stretto tra famiglia e scuola per la reale e concreta inclusione dei ragazzi, aiutandoli a superare eventuali gap e traumi. Il progetto si è concluso con l’ultimo step del percorso di formazione attraverso un momento di incontro con la dottoressa Antonella Mancaniello, direttrice scientifica del progetto e dirigente dell’Usr, la quale ha presentato una prima stesura delle Linee Guida Regionali sulle adozioni”, ha detto la dirigente dell’Istituto Alberghiero Ipssar ‘De Cecco’ di Pescara, Alessandra Di Pietro, che ha accolto nell’Aula Magna della propria sede il momento di confronto tra i 180 docenti interessati, con il coordinamento della docente Alessia Di Giovanni.

“L’iniziativa – ha spiegato la Dirigente Di Pietro – nasce dall’esigenza di mettere a disposizione dei docenti gli strumenti più adeguati per fronteggiare un fenomeno fortemente in crescita, visto che nelle nostre scuole c’è una presenza di minori adottati quantitativamente rilevante, soprattutto per quanto riguarda le adozioni internazionali, che pone delle evidenti difficoltà linguistiche ed esperienziali tra gli studenti”.

Tre gli obiettivi del progetto: diffondere le linee guida nazionali, elaborare le linee guida regionali e formare i Docenti Referenti per le adozioni di ciascun Istituto abruzzese, che dovranno supportare i colleghi e svolgere una funzione di raccordo con tutti gli altri soggetti che seguono il minore nella post-adozione.

“Il progetto ‘L’Adozione reciproca’ – ha ricordato la dirigente Mancaniello – è iniziato il 21 marzo scorso, con un convegno organizzato dall’Ipssar ‘De Cecco’ che ha coinvolto oltre al mondo della scuola, anche i magistrati del Tribunale dei Minori, psicologi e le équipe territoriali di Montesilvano e Pescara, ed è poi proseguito con i Laboratori di idee e buone prassi svolti nell’Aula Magna del ‘De Cecco’, anche in videoconferenza con le sedi di Chieti, Teramo e L’Aquila; prezioso il coinvolgimento dei funzionari degli Uffici Scolastici delle quattro province, ossia Clara Evangelista, Rossella Mosca, Maria De Dominicis, Roberta Patricelli, Aldo Ruggeri e Giordano Di Pancrazio, che hanno svolto le funzioni di Tutor e coordinamento”.

“L’obiettivo finale dell’iniziativa per la scuola – ha aggiunto la dirigente Di Pietro – è quello di garantire la qualità del processo di inclusione dei minori adottati con la realizzazione di Protocolli d’Accoglienza e di Progetti Inclusivi adeguati ai singoli contesti e capaci di garantire sempre il benessere e la valorizzazione delle specificità. Dopo l’evento odierno, è chiaro che saranno necessari ulteriori momenti di approfondimento e di aggiornamento per i docenti referenti perché il problema delle adozioni nelle scuole è tanto rilevante in funzione dell’aumento dei minori adottati che si iscrivono”.

Fonte: Cityrumors.it

«Io, concepita in provetta, combatto per dire quanto è dura nascere così» Leggi di Più: Intervista a Audrey Kermalvezen, nata in provetta”

Fonte: Tempi.it – Novembre 11, 2015 – Benedetta Frigerio

Audrey Kermalvezen, avvocato francese, ha scoperto la verità su di sé dopo essersi sposata con un altro “figlio della fecondazione eterologa”. A tempi.it racconta la loro paura comune: «Non possiamo sapere se abbiamo lo stesso genitore»

Accorgersi quasi inconsciamente che c’è qualcosa che non va fin da quando si è piccoli e scoprire che non è vero che nascere in laboratorio da una persona diversa da quella che ti ha cresciuto è indolore. Arrabbiarsi e poi realizzare che la responsabilità non è solo dei propri genitori, ma di tutto il sistema. Soffrire e poi reagire e cercare di combatterlo. È questa la storia che ha portato Audrey Kermalvezen (nelle foto), avvocato francese di 33 anni, a diventare una delle paladine della lotta contro la fecondazione eterologa e l’anonimato dei cosiddetti “donatori” di gameti.

NATA IN PROVETTA. Infatti, spiega a tempi.it Kermalvezen, membro dell’associazione Procréation médicalement anonyme (Procreazione medicalmente anonima), «siamo qui a testimoniare quanto sia difficile essere stati generati così e non tanto a combattere per scoprire le nostre origini». L’avvocato usa il plurale perché la sua vicenda è cominciata quando era già sposata con un uomo concepito in provetta come lei, che però sapeva fin da bambino di essere nato tramite la fecondazione eterologa. Un caso? «Beh – continua l’avvocato – quando ero piccola non sapevo nulla, eppure sognavo sempre un uomo che arrivava e mi portava via. Poi chiedevo continuamente ai miei genitori se mi avevano adottata. All’età di 23 anni scelsi di specializzarmi in diritto bioetico, pur non sapendo ancora nulla della mia storia». Insomma, tutto attirava Kermalvezen verso il mondo della provetta.

LA RIVELAZIONE. Poi nel 2009, compiuti 29 anni, i genitori della ragazza decisero di rivelare a lei e al fratello, allora 32enne, che entrambi erano stati concepiti in laboratorio con lo sperma di uno sconosciuto. «Mio fratello si sentì sollevato», perché era sempre stato certo che nella sua esistenza e in quella della sua famiglia «ci fosse qualcosa che non andava». La reazione di Kermalvezen invece fu «la rabbia contro i miei genitori per il fatto di averci mentito», anche se «poi compresi che non erano solo loro i responsabili del segreto, ma anche i dottori che avevano creato tutte le condizioni per mantenerlo, scegliendo un donatore che assomigliava a mio padre e dicendo a lui e a mia madre di non rivelarci nulla».

«LA NOSTRA PAURA». Ma il dolore per l’avvocato è stato doppio dato che «con mio marito condivido una paura: quella di essere nati dallo stesso genitore». Ragione per cui «mio marito è molto implicato nella battaglia per l’accesso alle sue origini. Lui e le sue due sorelle sapevano da sempre di essere stati concepiti da un donatore di sperma ma erano pure sicuri che i loro genitori avrebbero dato loro le informazioni sull’identità paterna una volta compiuti i 18 anni. Ma così non è stato: non erano in possesso di alcuna notizia a riguardo».

«SI RIFIUTANO DI RISPONDERMI». Il problema non è tanto l’abolizione della norma francese che dal 1994 stabilisce l’obbligo dell’anonimato per il donatore, «perché io sono stata concepita nel 1979. Pertanto è mio diritto che contattino il “donatore” e gli chiedano se vuole rimanere anonimo o no. Se dirà che non vuole rivelarmi la sua identità, rispetterò la decisione». Su una cosa, però, Kermalvezen non transige: «La legge protegge solo l’identità, ma la giustizia francese stabilisce che non si possa nascondere se mio fratello o mio marito e io siamo stati concepiti o meno tramite lo sperma dello stesso uomo. Invece, si rifiutano di rispondermi».

«NON C’È RIMEDIO». Kermalvezen ha raccontato la sua storia nel libro Mes origines, une affaire d’Etat (Max Milo), uscito nel 2014. Purtroppo è difficile per un figlio della provetta rivendicare un diritto quando la legge, permettendo la fecondazione assistita, mette comunque il diritto del concepito in secondo piano rispetto a quello dell’adulto. «Questo è il problema per cui non ci rispondono», conclude. «Ecco perché noi non siamo qui innanzitutto per conoscere le nostre origini, ma per testimoniare quanto sia dura nascere così». Perché a tutta questa sofferenza «non c’è alcun rimedio».

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“Sculacciare i bambini lascia segni indelebili sulla loro psiche”

Sculacciare i bambini foto

Un articolo su “The Conversation” riapre un’annosa questione: è giusto o no picchiare i bambini che fanno i capricci?

Fonte: Huffingtonpost – Culture – articolo di Ilaria Betti

Sculacciare un bambino può lasciare segni indelebili sulla vita di quest’ultimo. Un articolo di “The Conversation”, scritto da due studiose, Tracie O. Afifi della University of Manitoba e Elisa Romano, professoressa di psicologia clinica alla University of Ottawa, è tornato su una questione sempre aperta: è giusto o no picchiare i bambini che fanno i capricci? Può un atto inferto con lo scopo di insegnare loro la buona educazione penalizzarli invece nel corso della vita?

Le due ricercatrici hanno cercato di fare il punto sulla situazione, chiamando a raccolta studi e ricerche precedenti e hanno scoperto che alcune delle inchieste più approfondite nel campo evidenziano già da tempo che sculacciare i propri figli è quanto di più dannoso i genitori possano fare per i loro bambini. Elizabeth Gershoff, psicologa alla University of Texas at Austin, USA, nel 2002 ha passato in rassegna 88 studi pubblicati nei 62 anni precedenti e ha notato che quasi tutti erano concordi nel dire che i piccoli che subivano punizioni corporali erano anche coloro che in età adulta erano più propensi a diventare delinquenti, a creare rapporti basati sull’abuso o a sviluppare comportamenti antisociali.

Nel 2016, la Gershoff ha tentato un’impresa simile, analizzando i 75 studi pubblicati nei 13 anni precedenti e concludendo che in nessuno dei casi presi in esame i bambini sculacciati avevano migliorato le loro performance o corretto il loro comportamento. Anzi, le percosse finivano, in età adulta, per favorire lo sviluppo in loro di aggressività, relazioni complicate con il prossimo e anche malattie mentali.

La sculacciata, sebbene sia stata assunta come metodo educativo per anni dai genitori, è ora vietata in 53 Paesi del mondo: è il segno di un cambiamento di mentalità. “La ricerca – si legge nell’articolo pubblicato su ‘The Conversation’ – mostra chiaramente come la sculacciata abbia delle conseguenze negative sulla salute mentale, sociale e sullo sviluppo. Tra questi effetti, possono esserci problemi psicologici, abuso di sostanze stupefacenti, tentativi di suicidio, difficoltà cognitive. Allo stesso modo, è importante sottolineare che nessuno studio ha mai dimostrato l’efficacia della sculacciata per i bambini. Quelli che dicono che è sicura se fatta in un modo specifico, stanno esprimendo una loro opinione. E queste opinioni non sono supportate da evidenze scientifiche”.

“Ora abbiamo dei dati che ci dimostrano chiaramente come le sculacciate non siano sicure né siano efficaci. Naturalmente ciò non fa dei genitori che sculacciano dei cattivi genitori. In passato, semplicemente non erano noti i rischi di una simile pratica”, si legge ancora nell’articolo su “The Conversation”. Oggi, invece, questi pericoli sembrano chiari: dunque, sarebbe meglio cercare altri modi per risolvere le controversie o per riportare i piccoli sulla retta via.

Bambini adottati, 12 mesi in famiglia ne valgono 16

Bambini adottati

 

FONTE:  WWW.VITA.IT

«Essere accuditi in una famiglia ha permesso loro di crescere con un’accelerazione superiore a quella dei coetanei, tanto che si potrebbe affermare che in un anno “abbiano vissuto 16 mesi”»: così una ricerca sul primo anno in famiglia dei bambini adottati, svolto dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano. In un anno i bambini guadagnano in media 7 punti di quoziente intellettivo

Un anno in famiglia, da figlio? Per un bambino adottato non vale dodici mesi, ma molto di più: sedici mesi. Lo ha evidenziato una ricerca triennale promossa dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, sotto la supervisione del prof. Jesus Palacios dell’Università di Siviglia, in collaborazione con “Il Cerchio”, Centro Adozioni dell’ASL Milano 1 e l’Ospedale San Paolo di Milano. L’obiettivo della ricerca, realizzata fra il 2011 e il 2014, era monitorare il primo anno di inserimento del bambino adottivo nella nuova famiglia, con un’attenzione specifica all’andamento delle relazioni familiari e alle possibilità di recupero dei bambini rispetto agli svantaggi iniziali, rispetto allo sviluppo fisico, cognitivo e psicosociale. Qualche tempo fa sui social giravano le “foto su come la gioia dell’adozione cambia i bambini” (qui un esempio a caso): un giochino facile, basta scegliere due foto giuste, si potrebbe pensare. Ma è la realtà.

I ricercatori hanno incontrato il bambino entro due mesi dall’inserimento in famiglia, prima a casa e poi al Centro Adozioni. Un anno dopo il nuovo incontro si svolge presso il Centro Adozioni, con l’intera famiglia: viene ripetuta la somministrazione del test cognitivo al bambino e del questionario ai genitori. Sono state coinvolte le 62 famiglie seguite dal Centro Adozioni: 10 sono casi di adozione nazionale e 52 casi di adozione internazionale (tra cui cinque fratrie), per un totale di 68 bambini e 124 genitori. Lo studio è presentato oggi nel primo numero della neonata newsletter del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Dall’analisi degli itinerari di crescita compiuti dai bambini dal punto di vista cognitivo e del controllo emotivo è emerso che essere accuditi in una famiglia ha permesso loro di crescere con un’accelerazione superiore a quella dei coetanei, tanto che si potrebbe affermare che in un anno “abbiano vissuto 16 mesi”. Nel medesimo lasso di tempo hanno guadagnato in media 7 punti di quoziente intellettivo», si legge. «L’adozione viene quindi confermata come un contesto di vita favorevole per lo sviluppo e il recupero dei bambini: una sfida per i genitori e per tutto il contesto sociale».

Foto Jorge Barahona /Unsplash

Il parto segreto, l’alternativa alle tragedie di Trieste e Settimo Torinese

Parto segretoFONTE: www.vita.it

Poche settimane fa Trieste, ora Settimo Torinese: la madre ha confessato, ha partorito in casa e gettato il neonato dal balcone. Casi drammatici. Un’alternativa c’è. In Italia ogni anno circa 300 neonati non vengono riconosciuti alla nascita e in pochi giorni sono accolti in una famiglia adottiva. L’appello è unanime: dare piena attuazione alla normativa vigente sul parto segreto e rafforzarne la conoscenza

Ha confessato la donna di Settimo Torinese: ha partorito il bambino in casa e poi l’ha gettato dal balcone, secondo piano di una palazzina. Il bambino era stato ritrovato ieri all’alba da due netturbini ed era morto poco dopo l’arrivo in ospedale. La donna ha 34 anni, è italiana, un compagno agente immobiliare e una figlia di tre anni. Interrogata dai carabinieri per tutta la notte, è crollata questa mattina all’alba. Una tragedia che lascia attoniti, a pochi giorni di distanza da un episodio per certi versi analogo, avvenuto a Trieste: anche lì una ragazza aveva partorito in casa e abbandonato il bambino nel giardino condominiale. Anche lì ci si era stupiti per la parvenza di “normalità” della famiglia, per l’assenza di un disagio conclamato. Qui c’è differenza d’età: 34 anni, un compagno e una figlia non sono la stessa cosa che 16 anni e la solitudine. Ma forse c’è lo stesso non vedere un’alternativa. E il non sapere che è possibile partorire in sicurezza – per sé e per il bambino – e in anonimato, senza lasciare traccia del proprio nome, affidando il bambino a un’adozione.

Lo aveva detto subito, all’indomani dei fatti di Trieste, la Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, Filomena Albano: «Anche i più giovani devono sapere che, anche se non si sentono pronti a diventare genitori, hanno delle alternative e possono comunque dare alla luce un neonato, che potrà vivere ed essere accolto in una famiglia che desidera crescerlo avendone la responsabilità. L’adozione è una enorme risorsa. L’Italia rispetta la volontà della madre di non essere nominata al momento del parto, nella massima riservatezza e senza giudizi colpevolizzanti, occorre diffondere la consapevolezza che esistono alternative a scelte drammatiche: le ragazze devono avere fiducia, devono chiedere aiuto e accettare aiuto, perché non sono sole».

«Non possiamo non sottolineare l’importanza di rafforzare la rete di prevenzione per scongiurare altri drammi, lavorando sulla comunicazione all’interno delle scuole, nei consultori, in tutta la rete dei servizi, per intercettare per tempo le situazioni di maggiore fragilità e per diffondere tra tutte le donne la conoscenza della legge italiana, che prevede la possibilità di tutelare il parto in anonimato in ospedale»: aveva detto Raffaela Milano, Direttore dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

Cosa dice la legge
La legge italiana infatti consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’Ospedale dove è nato (DPR 396/2000, art. 30, comma 2) affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata”. Una maggiore conoscenza di questa opportunità contribuirebbe a diminuire i parti non assistiti, garantendo l’incolumità delle donne e dei bambini ed evitando gli abbandoni di neonati in luoghi non sicuri. Negli ultimi dieci anni il numero di neonati non riconosciuti alla nascita si è fortemente ridotto: erano 410 nel 2004 e sono stati 278 nel 2014, con un calo di oltre il 30%. Un calo che per Donata Nova Micucci di Anfaa può essere collegata al fatto che alcune sentenze recenti vadano nella direzione di indebolire la garanzia di anonimato, spingendo le donne a scegliere l’aborto o per l’appunto il parto in luoghi e modi infinitamente meno sicuri di un ospedale, con un aumento di infanticidi o di bimbi abbandonati in luoghi che mettono in pericolo la loro vita. «Una rilevazione effettuata da Anfaa fra il 2000 e il 2014 attesta un calo del 23% circa dei minori non riconosciuti alla nascita, come se il solo sapere che il Parlamento stava discutendo questa possibilità avesse portato le donne a fare altre scelte», ci aveva detto Micucci. Invece, con il parto in anonimato «a pochi giorni dalla nascita, il piccolo viene inserito in una famiglia adottiva, individuata dal Tribunale per i Minorenni fra quelle che hanno presentato domanda di adozione al Tribunale stesso: sono circa 300 all’anno i neonati non riconosciuti che, grazie a queste disposizioni, vengono adottati in Italia».

Cosa fare per far conoscere la legge
Per Raffaella Milano «casi come questi ci confermano l’importanza fondamentale di attivare ogni forma di attenzione nei confronti di chi vive condizioni di particolare fragilità sociale e psicologica, con il coinvolgimento attivo di insegnanti, pediatri, medici di famiglia, per diffondere ad ogni livello la conoscenza della possibilità di essere sempre assistite in ospedale durante il parto, dove si può partorire in totale anonimato, avendo la possibilità di dare alla luce il bambino in ospedale, senza l’obbligo di riconoscerlo alla nascita». Mentre Anfaa richiama l’urgente necessità che in situazioni come questa «i mezzi di informazione, oltre a stigmatizzare severamente l’accaduto, ricordino che le donne, sposate o no, comprese le extracomunitarie senza permesso di soggiorno, che non intendono riconoscere il proprio nato, hanno diritto a partorire in assoluta segretezza negli ospedali e nelle strutture sanitarie garantendo a se stesse e al neonato la necessaria assistenza e le opportune cure». Per scongiurare altri drammatici abbandoni o infanticidi, l’Anfaa ritiene indispensabile «che al più presto il Ministero della salute, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni assuma le necessarie iniziative per la piena attuazione della normativa vigente in materia di riconoscimento e non riconoscimento dei neonati e di tutela del diritto alla segretezza del parto, per promuovere campagne informative al riguardo e per l’attivazione di tavoli di lavoro multidisciplinari che vedano la partecipazione di tutti gli attori coinvolti».

 

LA BELLEZZA DI RITROVARE IL GIUSTO POSTO IN FAMIGLIA

LA BELLEZZA DI RITROVARE IL GIUSTO POSTO IN FAMIGLIA
Un approccio sistemico
di Massimiliano Babusci, a cura di Sibilla Iacopini

costellazioni-sistemiche

Una rana a suo tempo è stata girino…

Incontrando individui felici, coppie solide e armoniose, genitori soddisfatti, nonni sorridenti e amorevoli spesso ci viene un’affermazione: Chissà che bella infanzia che avranno avuto!
Per fortuna, per dirla con Erickson, non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice.

Oggi sempre più ci troviamo in un cambiamento che impone una velocità di apprendimento e di evoluzione mai incontrate in precedenza nella storia dell’Umanità. Il concetto stesso delle istituzioni, la famiglia per prima, sta cambiando e ci offre di acquisire importanti capacità evolutive.
Questa caratteristica dei sistemi, questa tendenza a riorganizzarsi al cambiare delle condizioni, a tendere alla sopravvivenza, ovvero l’adattività, è una possibile risposta all’abitudine innata di alcuni individui di resistere al cambiamento.

Dire ai genitori grazie, grazie per la vita e per tutto quello che mi avete dato, ora con tutto quello che ho vado nel mondo e magari incontro una donna, una compagna, e faccio una mia famiglia è un momento che fa emergere tante paure e quelli che qualcuno chiama sensi di colpa. Nella visione sistemica si dice che solo chi è colpevole può essere libero, chi vuole restare innocente spesso resta piccolo e legato energeticamente alla famiglia d’origine. Uno dei maggiori contributi dell’approccio sistemico (*) è proprio questo, il “giusto posto sistemico”, che nella famiglia d’origine è dato dall’ordine cronologico di apparizione e che poi, quando il sistema lo permette, diventa quello di un adulto, a volte in una relazione adulta, tra pari, con un compagno/a di vita. Questo dona al sistema serenità e pace alimentando un clima relazionale armonico dove i figli, i piccoli, sono liberi di vivere il proprio destino piuttosto che restare irretiti dai condizionamenti sistemici ereditati o acquisiti.
In assenza di consapevolezza infatti tendiamo a replicare situazioni, comportamenti, prospettive e pensieri sistemici, cioè che sono parte dei sistemi ai quali apparteniamo manifestando così un’altra regola sistemica e cioè che il contesto influenza fortemente i comportamenti (per non essere ancora più netti e affermare che li determina).

Assumersi la responsabilità di se stessi e della propria vita è un appuntamento che, per alcune culture, ci siamo dati, per altri forse è la ragione stessa della nostra incarnazione, la nostra missione transpersonale. Sta di fatto che arriva un momento in cui la vita ti chiede di scegliere se avere ragione o se essere felice, e spesso le due cose ci si manifestano in contrapposizione.

Scegliere tra un sistema e un altro, tra la fedeltà al sistema d’origine e l’opportunità evolutiva di esprimere tutto il proprio Essere (bio-psico-spirituale), la propria energia vitale, onorare se stessi e il posto che occupiamo nella vita è una delle questioni che più spesso ricorrono nel percorso di vita.

Ma come mai alcune persone riescono a vivere pienamente la loro vita, il loro ruolo e altre sono più intrappolate?

In questo caso si può scomodare un termine abbastanza usato in questo periodo che è la “resilienza”. Anche se originariamente viene usato in ingegneria, per definire la capacità di un corpo di tornare alla sua forma originaria dopo essere stato flesso, ora è utilizzato anche da molte altre discipline per definire, ad esempio, la capacità o lo spazio di accoglienza degli eventi, dei sentimenti, dei pensieri e tanto altro. Quindi ci sono persone dotate di resilienza in grado di manifestarsi e accogliere le eventuali disfunzioni sistemiche e altre che, semplicemente, ancora non sanno di potersi allenare in tal senso; ovviamente esclusi gli aspetti patologici. Così l’Umanità sta scoprendo che questa resilienza (non quella ingegneristica) è come un muscolo, la possiamo allenare, la possiamo sviluppare e rendere le persone più libere.
“Ciò che è espresso è impresso” è sempre più vero nell’evoluzione che l’Umanità sta avendo. Manifestare verbalmente, attraverso delle rappresentazioni sistemiche tridimensionali (vedi costellazioni familiari) o con arti espressive come il disegno, la scultura, ecc alimenta la resilienza. Come in una palestra alleniamo i muscoli, in spazi definiti possiamo allenare la resilienza, attraverso esercizi che fanno vivere l’esperienza sistemica, non necessariamente la propria, per ampliare le comprensioni su ciò che alimenta Ben-Essere individuale, di coppia, sistemico. (scopri ParentAbility, un progetto dell’autore Massimiliano Babusci)

Vivere il proprio “giusto posto”, vedersi rappresentati in un quadro, in una scultura, da un’altra persona, lasciarsi riempire d’Amore anche solo per pochi istanti, risveglia le memorie cellulari del nostro corpo (Max e Sibilla conducono insieme Ciao Mamma guarda come mi diverto!, scoprilo qui). Spesso ci indica anche la strada per poterne dare senza chiedere, senza elemosinare attenzioni, a volte anche dai più piccoli, dai nostri figli, che sono come le spie di un cruscotto, pronte a segnalare qualche potenziale avaria del sistema.

Dunque, ci sono persone felici?
Ci sono due tipi di persone: quelle felici e quelle che ancora non sanno che è possibile esserlo!
(*) L’orientamento sistemico spiega il comportamento dell’individuo focalizzandosi sull’ambiente in cui è vissuto, sulla rete di relazioni significative delle quali è parte e sulla famiglia. L’approccio sistemico ha totalmente modificato il modo di considerare il sintomo, la causa e l’intervento operando spesso anche una ridefinizione in termini relazionali.

Massimiliano Babusci è padre adottivo, imprenditore, consulente, coach, counselor e formatore. Ha creato Parentability, un percorso formativo esperienziale di introduzione alla sistemica, che si rivolge a chi intenda esplorare le relazioni con la famiglia d’origine per orientare in maniera consapevole le proprie energie rispetto alle relazioni presenti, alla vita di coppia e alla relazioni con i figli.

Insieme con Sibilla Iacopini, pittrice, counselor e live coach, conduce Ciao Mamma guarda come mi diverto!, un progetto strutturato in incontri di gruppo per lavorare coi singoli sulle fissità del rapporto coi genitori in direzione di una maggiore libertà nei rapporti di coppia. Durante gli incontri Sibilla ritrae i partecipanti (o i racconti che condividono col gruppo) in modo da offrire uno specchio ulteriore per vedersi dall’esterno e prendere consapevolezza di dove ci si trova.

Vuoi ospitare degli incontri di Ciao Mamma guarda come mi diverto! Nella tua città? Scrivi a hallo@sibillaiacopini.com

DATI E PROSPETTIVE NELLE ADOZIONI INTERNAZIONALI

DATI E PROSPETTIVE NELLE ADOZIONI INTERNAZIONALI Rapporto SUI FASCICOLI DAL 1° GENNAIO 2014 AL 31 DICEMBRE 2015

Dati e prospettive Adozioni internazionali

CLICCANDO SULL’IMMAGINE SI PUO’ LEGGERE IL RAPPORTO

Il Rapporto ha l’obiettivo di fornire un’analisi del fenomeno delle adozioni internazionali nella cornice di riferimento determinata dalla legge 184/1993 e successive modifiche a partire dai dati in possesso della Commissione per le adozioni internazionali, contenuti nei fascicoli dei minori stranieri autorizzati all’ingresso a scopo di adozione.

Il Rapporto raccoglie informazioni di carattere quantitativo e qualitativo, in grado di descrivere il profilo dei bambini stranieri adottati e delle coppie adottanti, nonché alcuni dati inerenti gli enti autorizzati e il loro intervento relativamente ai Paesi di origine.

Hanno collaborato alla realizzazione del report

Vanessa Carocci, Alessandra Jovine,

Laura Laera verso la Commissione Adozioni

Il Csm conferma di aver dato il via libera al collocamento fuori ruolo per la Presidente del Tribunale dei Minorenni di Firenze per andare ad assumere la vicepresidenza della CAI. «Il sistema italiano è un sistema forte», disse un anno fa in Commissione Giustizia, parlando di adozioni internazionali: «Si deve puntare a una collaborazione tra tutte le istituzioni che lavorano nel settore, che ciascuno faccia bene la sua parte e ci sia uno scambio di formazione-informazione»

Laura LaeraFonte: Vita

È dalle 13 che la notizia si rincorre e sui social in tanti le hanno già fatto gli auguri di buon lavoro. Ma lei, giustamente, chiede di attendere l’ufficialità: «a me non è ancora giunta alcuna comunicazione», ripete nel corso del pomeriggio. Alla fine l’ufficialità arriva dal CSM: il plenum nel pomeriggio ha dato il via libera alla messa in fuori ruolo di Laura Laera, per andare ad assumere la presidenza della Commissione Adozioni Internazionali (qui il comunicato stampa arrivato in serata, che parla di Laura Laera come «destinata a ricoprire l’incarico di vice presidente della commissione per le adozioni internazionali, su nomina della Presidenza del Consiglio dei Ministri»). Un passaggio obbligato, preliminare alla nomina vera e propria, che in questo momento – lo precisiamo – ancora non c’è e che dovrà arrivare dal Consiglio dei Ministri. Sarà quindi ancora un magistrato a guidare la CAI: Laura Laera succederà a Silvia Della Monica, il cui mandato triennale è giunto a scadenza lo scorso febbraio. Un passaggio di testimone che in queste settimane è stato accompagnata da molte polemiche.

Nata a Milano nel 1949, magistrato dal 1978, Laura Laera dal 2012 è presidente del Tribunale per i Minorenni di Firenze, dopo aver lavorato per più di venticinque anni al Tribunale per i Minorenni di Milano: una lunga carriera di magistrato, con una competenza specifica sull’infanzia. Nel 2000-2001 ha partecipato all’unica ricerca fatta dalla Commissione per le adozioni internazionali sui fallimenti adottivi. Dal 2009 al 2011 è stata presidente dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia (AIMMF). È sposata con Francesco Greco, procuratore capo di Milano.

Nella delibera del CSM si ripercorrono i passaggi che hanno portato alla collocazione fuori ruolo di Laera. Tutto ha inizio il 6 marzo, quando «il Ministro della Giustizia, in relazione alla nota datata 16.2.2017 del Presidente del Consiglio dei Ministri, ha chiesto il collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura della dott.ssa Laura Laera […] per essere nominata Vicepresidente della Commissione per le adozioni internazionali». Nel vaglio della richiesta – scrive il CSM – «per un verso va valutato l’apporto che la dott.ssa Laera può fornire alla Commissione, sulla base di una esperienza consolidata e poliedrica nella giurisdizione, per l’altro, egualmente necessario – che fa riferimento alla crescita professionale del singolo magistrato destinato alla funzione “non giudiziaria” – sembra evidente, alla luce dei parametri interpretativi enucleati, che tale connotazione sia assolutamente sussistente nell’ipotesi della richiesta riferita alla dott.ssa Laera». Nelle scorse settimane il Consiglio Giudiziario di Firenze aveva espresso parere contrario al collocamento fuori ruolo della dott.ssa Laera: la delibera odierna riferendo di quel parere parla chiaramente di un diniego legato a motivi concernenti la carenza di organico al Tribunale per i minorenni di Firenze.

Ma chi è Laura Laera? Nel 2006, a un convegno dell’AIMMF, ricordò così l’inizio della sua carriera: «quando sono arrivata al Tribunale dei Minorenni di Milano, nel 1986, non avevo neppure idea di cosa significasse essere un giudice dei minori specializzato. Probabilmente non avevo neppure un’idea, se non vaga, del tipo di lavoro che mi sarei trovata ad affrontare, come del resto la maggior parte dei miei colleghi ordinari e credo della così detta gente comune. Ero in magistratura da sette anni, di cui sei passati all’ufficio istruzione. Ciò che mi aveva spinto a chiedere il trasferimento al TM era il desiderio di capire cosa stava dietro alle storie di ordinaria delinquenza che avevo conosciuto come giudice istruttore. Rapinatori, assassini, truffatori, mi incuriosivano come persone e mi domandavo ormai sempre più di frequente cosa li avesse spinti sulla strada della devianza. Spesso trasparivano dagli atti processuali e dagli interrogatori storie personali e famigliari disastrose e condizioni di disagio sociale accentuato. Insomma volevo capire quale era stato il loro percorso evolutivo». Negli stessi anni, intervistata dagli studenti del Centro di Servizio di Ateneo per l’Orientamento allo Studio e alle Professioni dell’Università di Milano, disse che il suo «è un lavoro che richiede un certo grado di maturità ed equilibrio. Anche se non è indispensabile, credo che non guasti aver fatto un training psicoanalitico. Io sconsiglierei questo ufficio ai giudici di prima nomina. Secondo me è meglio arrivare qui dopo aver acquisito un’esperienza precedente nel campo giudiziario. È un lavoro vario, a continuo contatto con l’utenza, quindi poco formale e molto immediato. È un’attività molto arricchente ma molto pesante, soprattutto dal punto di vista emotivo: non è facile decidere di allontanare i bambini dalla loro famiglia, dichiarare le adozioni, gestire un’utenza che è molto complessa. Abbiamo un’utenza molto sofferente, appartenente ad un mondo che quanti non abbiano mai avuto a che fare con un lavoro socialmente utile non immaginano neanche possa esistere. Si tratta quindi di un lavoro molto particolare, che a me piace molto».

Un mese fa il Tribunale dei Minorenni di Firenze, da lei guidato, per la prima volta in Italia ha riconosciuto l’adozione di due bambini da parte di due uomini, cittadini italiani ma residenti nel Regno Unito. I giudici di Firenze hanno disposto la trascrizione anche in Italia dei provvedimenti emessi dalla Corte britannica: ai bambini viene così riconosciuto lo status di figli e la cittadinanza italiana.

Nel maggio 2016 Laura Laera fu audita in Commissione Giustizia nell’ambito della indagine conoscitiva sulla riforma della legge 184 (qui lo stenografico). Qui ha toccato senza reticenza tutti i temi caldi delle adozioni. «Ci si domanda se sia ancora un sistema valido e attuale per i nostri tempi», ha esordito: «bisogna dire che la legge n. 184 del 1983 si fondava sulla famiglia legittima. Il fulcro dell’adozione così come è stata immaginata dal legislatore dell’epoca aveva come suo tema centrale la difesa della famiglia legittima» e che «l’adozione in casi particolari è stata ipotizzata come valvola di sicurezza per tutte quelle situazioni che non potevano rientrare nell’adozione legittimante e che pure erano già presenti all’epoca, anche se in minor numero rispetto a ora. In quel modo si consentiva anche ad altri bambini che non potevano rientrare in quella categoria di mantenere rapporti che magari avevano consolidato già con altre persone non coniugate, quindi anche coppie di fatto, anche single». E ancora: «Capisco le posizioni di alcuni, che sono sulla difensiva rispetto alla famiglia legittima. È del tutto comprensibile, perché è un modello che abbiamo introiettato. I modelli culturali richiedono diversi anni per evolversi e modificarsi. Anche noi giudici, che lavoriamo su questi temi da tanti anni, abbiamo le nostre difficoltà. Quello che si cerca di fare, o almeno che io cerco di fare, è di non avere un approccio ideologico. Il giudice deve lasciare da parte qualunque approccio ideologico sulla materia famiglia, deve affrontare la casistica che gli si presenta di volta in volta con un approccio laico, deve verificare nel caso concreto quale sia la normativa applicabile nel rispetto dell’interesse del minore. Credo che questo sia l’approccio».

I modelli culturali richiedono diversi anni per evolversi e modificarsi. Quello che si cerca di fare, o almeno che io cerco di fare, è di non avere un approccio ideologico. Il giudice deve lasciare da parte qualunque approccio ideologico sulla materia famiglia, deve affrontare la casistica che gli si presenta di volta in volta con un approccio laico, deve verificare nel caso concreto quale sia la normativa applicabile nel rispetto dell’interesse del minore. Credo che questo sia l’approccio
Ricerca delle origini
Sulla ricerca delle origini parlò di quattro mamme che il Tribunale ha contattato su richiesta di figli che avrebbero voluto conoscerle, «tutte e quattro hanno revocato l’anonimato e ci hanno anche ringraziato. Lo dico per tutti quelli che avevano espresso, comprensibilmente, il timore di sconvolgere la vita di queste donne a distanza di così tanto tempo. Non solo non sono state sconvolte, ma hanno accolto questo nostro approccio, naturalmente avvenuto con tutte le delicatezze, il garbo e le attenzioni possibili, ringraziandoci».

Stepchild adoption
Sulla stepchild adoption disse che «l’articolo 44 non distingue il sesso o il genere delle persone, parla di persone che possono adottare. L’interpretazione che si è sviluppata nel corso degli anni ha consentito, sia alle coppie di fatto di adottare bambini ai sensi dell’articolo 44, comma 1, lettera a), in alcuni casi c) e d), sia anche alle persone singole. Capite che il passo è breve. Quando si è presentato il caso delle famiglie arcobaleno c’è stata un’interpretazione che ha consentito l’adozione in casi particolari per il figlio del compagno»… «non si tratta di un’interpretazione così nuova ma che viene da lontano, affrontata in diverse sedi dalla giurisprudenza», «ovviamente sono adozioni che richiedono un giudizio caso per caso, quindi la funzione giudiziaria è fondamentale, non deve esserci automatismo in nessun tipo di adozione, ma questa deve essere lasciata alla valutazione del singolo caso concreto».

Adozione internazionale
«Stiamo molto attenti a parlare di adozioni internazionali più facili e veloci», fu la prima affermazione di Laura Laera in quell’audizione affrontando il capitolo delle adozioni internazionali. Perché «in realtà, l’adozione internazionale non è un istituto facile». I tempi di attesa sono come «un tempo di gestazione», «utili anche alla maturazione della coppia, che quando si avvicina al mondo dell’adozione deve compiere un percorso. Adottare non è proprio come divenire genitori di un figlio naturale, è un’altra cosa, più complessa».
Il decreto di idoneità a suo parere va mantenuto, «non sarei così tranquilla nel pensare che sia sufficiente fare la domanda per poi essere presi in carico da un ente per la ricerca del bambino all’estero. Tenete presente che, ottenuta l’idoneità ad adottare, circa il 30% delle coppie non attiva il decreto di idoneità, si perde nel percorso. Questo percorso serve anche a far acquisire ad alcune persone la consapevolezza che forse non è proprio quello che cercavano», giacché «penso che non tutte le coppie possano adottare, ma lo pensano anche le coppie».
A proposito dei fallimenti adottivi (numeri «modesti ma dolorosi») ha citato il caso successo in Toscana di «un bambino africano adottato da una famiglia toscana, presentato come un bimbo orfano, accompagnato da una zia all’aeroporto, e poi si scopre che non era affatto orfano, che quella zia era la mamma e che questo bambino è venuto in Italia convinto di venire qui in affido per studiare, giocare a pallone e poi tornare al suo Paese. Quest’adozione ha dato luogo a una restituzione. Ve lo racconto per dirvi che l’adozione internazionale è un percorso complesso, che richiede grande professionalità da parte di tutti gli enti preposti».

Si deve puntare a una collaborazione tra tutte le istituzioni che lavorano in questo settore, che ciascuno faccia bene la sua parte e ci sia uno scambio di formazione-informazione anche culturale tra noi, come è sempre stato.
Il futuro
Il sistema della adozioni internazionali italiano per Laura Laera è «un sistema forte»: all’estero il fatto che ci sia un controllo giurisdizionale viene percepito come un «certificato di garanzia», tanto che «siamo il secondo Paese nel mondo per ingressi di minori e direi il primo visto che il primo sono gli Stati Uniti d’America». In futuro «si deve puntare a una collaborazione tra tutte le istituzioni che lavorano in questo settore, che ciascuno faccia bene la sua parte e ci sia uno scambio di formazione-informazione anche culturale tra noi, come è sempre stato. Noi abbiamo formato i servizi, e mi riferisco al Tribunale per i minorenni, che prima della riforma era l’unico che faceva la selezione delle coppie. Abbiamo formato, quindi, i servizi, che hanno formato gli enti. È un cerchio, tagliare pezzi del quale credo possa essere pericoloso».

In foto da destra Laura Laera, Presidente del Tribunale per i minorenni di Firenze con la Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano e Alessandra Maggi, Presidente dell’Istituto degli Innocenti.