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Dissetarsi alla fonte – Un sogno qualsiasi, di un uomo qualsiasi in una notte qualsiasi…

 

 

Dissetarsi alla fonte

 

di Massimiliano Babusci

A volte un sogno è semplicemente un bel sogno, niente di più….


Un uomo disse a se stesso: “Non esiste miglior nutrimento delle proprie origini”, e così si svegliò, si ri-svegliò in un luogo amorevole, con una famiglia umile, accanto ad una moglie semplice e ad un figlio appassionato. Il suo cuore era tornato a battere intensamente come quella notte in cui fece un sogno speciale.

Era piccolo accogliente, disponibile, libero e poco contaminato dai pensieri della vita e aveva le mani aperte con i palmi rivolti verso l’alto, verso i propri genitori, quel Papà e quella Mamma perfetti per lui e stava ricevendo delle gemme dalle loro mani. Non importa se fossero tante o poche e neanche se fossero pietre preziose, diamanti, rubini, smeraldi o semplici pietre. Quello che è certo è che il suo petto si gonfiava d’Amore, di vita, si sentiva ardere e la sensazione di calore riempiva ogni cellula del suo corpo. Si sentì pieno, sereno e fiducioso. Era così gioioso e contento che continuò il sonno placidamente per tutta la notte.

Al risveglio quella sensazione di pienezza continuava ad abitare tutto il suo Essere e così decise di condividere l’esperienza andando a trovare i suoi genitori.

Guardandoli negli occhi disse commosso: Stanotte l’ho passata con voi, in vostra compagnia, ho sognato che mi donavate delle gemme, non ricordo quali e quante fossero ma la sensazione che ancora mi pervade è di pienezza, di serenità, di appagamento. Sono tante e sono abbastanza, le prendo al prezzo intero che vi sono costate. Sono proprio quelle che mi merito, quindi le prendo con piacere perché arrivano da Voi, che siete i genitori giusti per me. Sento che sono le gemme  che mi serviranno per fare il mio pezzo di strada e contribuire a che la vita scorra.

Anche per me spesso hanno un prezzo che ho pagato e che pago volentieri. Sono pronto!

E il taciturno Papà disse: Le pere non cadono lontano dal pero.

Con la consapevolezza di chi sente e che non ha bisogno di sapere. Anche così i genitori, come tutti i genitori, sembrano lievitare davanti ai segni di riconoscimento dei propri figli, si sentirono ancora più grandi e più generosi.

E la Mamma, condividendo le lacrime in uno sguardo d’Amore con il Papà disse: L’Amore non si divide, si moltiplica.

Compresero ancora meglio che potevano continuare a dare al loro figlio, perché la capacità di ricevere amplifica la grandezza e il desiderio di dare.

E come un fiume in piena quasi recitarono in perfetta armonia……

Abbiamo fatto il massimo che potevamo con quello che avevamo

Tutte le gemme che hai puoi tenerle, visto che ti appartengono

Puoi usarle a modo tuo, di certo non è necessario che tu le restituisca

L’acqua scorre da monte a valle

Sei un buon figlio, sei l’unica ragione per cui tutta la nostra stirpe è esistita

Sono la tua eredità, unica e personale, sono per te, usala con generosità.

Ed il figlio si sentì autenticamente grande, pieno, ricco, energico e si mosse per la prima volta dalla casa dei genitori serenamente e continuava a ripetersi ad ogni passo “il giusto posto per me” ….. “il giusto posto per me”….. quello da cui posso amare con leggerezza, quello che l’Universo mi ha riservato, quello che scelgo di vivere.

Ad ogni passo sentiva come delle piccole radici che gli spuntavano dalla pianta dei piedi, che gli permettevano di camminare sicuro anche nel terreno irto o scosceso e dove ogni irregolarità diventa un’esperienza di apprendimento. La giusta postura per quel movimento unico che l’Universo ci riserva.

Così potè permettersi di guardare senza veli l’orizzonte, le prospettive e il futuro che ha bisogno di manifestarsi, con l’energia e il radicamento che il sostegno genitoriale concede.

E con questo sostegno cominciò ad incontrare persone, amici, parenti, soci, collaboratori, sconosciuti e altre anime che il suo destino aveva già previsto di incontrare. Fiducioso che ognuno avrebbe portato dei doni, sarebbe restato un pò e poi, al tempo giusto sarebbe andato. Alcuni altri invece sarebbero rimasti per tutta la vita in armonia con il destino Unico che ognuno di noi ha. Ci mise un pò per accogliere i disagi e i dispiaceri che a volte la vita impone. Reagì a volte con veemenza e altre si arrese con dignità. Con il tempo imparò ad integrare e il suo cammino diventò sempre più sereno, sempre più armonioso, sempre più autentico, integro e pieno d’Amore. Di tanto in tanto sentiva l’esigenza di manifestare gratitudine e allora si voltava, anche se camminava da solo, a ricordare i genitori e le gemme ricevute. Così osservava anche il tratto di strada percorso con la sua vita, guardava i suoi figli, gli obiettivi raggiunti in tutti gli ambiti della sua vita, personale, familiare, professionale, sociale rafforzando l’intuizione che aveva avuto in quel sogno, cioè che tutto quanto era stato possibile grazie a quello che aveva ricevuto in dono dai suoi genitori. Con il suo successo, i suoi traguardi, i suoi trionfi li onorava e gli restituiva quel pezzetto di dignità che, a volte, gli aveva tolto aiutandoli o giudicandoli dove pensava di essere migliore.

Non esiste miglior nutrimento delle proprie origini.

IncontrarSicool con Massimiliano Babusci

sicool pordenone

Continuità degli affetti: dopo due anni ancora mancano prassi omogenee

Continuità degli affetti

Fonte: Redazione di VITA del 22 febbraio 2018.

L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza formula una serie di raccomandazioni a servizi sociali, Anci, autorità giudiziarie e al Ministero della giustizia per stimolare prassi omogenee in ambito nazionale sull’attuazione della legge 173/2015

Le bambine e i bambini in affidamento familiare hanno diritto a mantenere il legame affettivo con la famiglia affidataria, restando – ove ciò risponda al loro interesse – nella famiglia cui sono affidati divenendone figli adottivi qualora gli affidatari abbiano i requisiti previsti dalla legge. Oppure preservando una relazione con la famiglia affidataria nel momento in cui i minorenni siano dati in adozione a un’altra famiglia o rientrino nella loro famiglia di origine. Erano queste in sintesi le novità della legge 173/2015, entrata in vigore nel novembre di due anni fa. Ma come è stata applicata questa legge dai tribunali per i minorenni italiani? Un gruppo di lavoro formato all’interno della Consulta nazionale delle associazioni e delle organizzazioni preposte alla promozione e alla tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, un organismo consultivo presieduto dall’Autorità garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (Agia) ha realizato un’indagine sull’applicazione della legge e formulato alcune raccomandazioni. Il volume “La continuità degli affetti nell’affido familiare” (qui il pdf) è stato presentato questa mattina a Roma.

Nel documento presentato oggi l’Autorità garante formula una serie di raccomandazioni a servizi sociali, Consiglio nazionale ordini assistenti sociali (Cnoas), Anci, autorità giudiziarie e al Ministero della giustizia, con l’intento di stimolare comportamenti virtuosi e prassi omogenee in ambito nazionale, sulla base delle riflessioni maturate proprio in seno al gruppo di lavoro della Consulta delle associazioni. Nel volume di legge infatti che dalle interviste realizzate si evince che «vi è una pluralità di modelli di lavoro e che la legge 173/2015 non ha ancora determinato l’istaurarsi di prassi condivise nei tribunali e nei servizi. Le interviste inoltre mostrano che la connessione tra affido e adozione, tuttora considerata da molti operatori e giudici minorili imoraticabile e inappropriata, si è già verificata in molteplici situazioni, a conferma che quanto previsto nella nuova normativa è non solo utile e sensato ma anche possibile».

Così ad esempio l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza raccomanda ai servizi sociali di preparare le famiglie affidatarie ad un percorso di accoglienza ampio, flessibile e in grado di adattarsi alle possibili evoluzioni della situazione del minorenne e di informare gli affidatari sui diritti loro riconosciuti dalla legge n. 173 del 2015; al Consiglio Nazionale Ordini assistenti sociali (CNOAS) e all’ANCI di organizzare attività formative affinché le raccomandazioni destinate ai servizi sociali competenti siano attuate; alle Autorità giudiziarie di evitare collocazioni plurime per il minorenne, di definire procedure standard per la convocazione in giudizio dell’affidatario o della famiglia collocataria e il deposito da parte loro di eventuali memorie, di realizzare il previsto ascolto del minorenne nelle forme e nei modi più adatti, garantendo l’adeguata assistenza affettiva e psicologica, di prevedere nel provvedimento di cessazione dell’affido delle indicazioni sulla continuità delle relazioni socio affettive consolidatesi nel corso dell’affidamento; al Ministero della giustizia di implementare e uniformare i sistemi informativi in uso nei tribunali per realizzare un sistema di monitoraggio alla fonte.

Formazione in Costellazioni Familiari 2018 Milano – Armonia nella propria vita

Percorso Costellazioni Milano“Prima di cercare di voler star bene, chiediti se sei disposto a rinunciare alle cose che ti fanno star male”.

Il percorso è strutturato in sette moduli specifici ma interdipendenti tra loro.
Attraverso il metodo delle costellazioni familiari, integrate con altre metodologie, si cercherà di mettere in luce le cause di disagi e malesseri sia personali sia relazionali per comprendere come far nuovamente fluire armonia e benessere.
Al termine degli incontri, i partecipanti conosceranno e utilizzeranno gli elementi di sistemica e altre metodologie, per esplorare le principali dinamiche personali e relazionali così da poterle comprendere e usare in ambito personale e professionale.
Il percorso è pertanto rivolto in modo specifico a counselor, coach, consulenti, insegnanti, educatori, che impegnati in una relazione d’aiuto, intendono approfondire la conoscenza del metodo sistemico e delle costellazioni familiari.
Alcuni moduli saranno aperti a coloro che cercano, attraverso un percorso di consapevolezza personale, di ritrovare benessere nella propria vita privata e lavorativa.

1° modulo

Milano 3-4 febbraio 2018 – Elementi di sistemica I: la famiglia d’origine

–  I diversi sistemi di appartenenza
–  La famiglia d’origine
–  L’albero genealogico
–  Legami e copioni familiari
–  Le costellazioni familiari e gli ordini dell’amore

2° modulo

Milano, 3-4 marzo 2018 – Conoscere se stessi
–  Essenza e personalità: una nuova visione
–  Le forme mentali: osservazione e presenza
–  Lo spazio del cuore e del non giudizio
–  La meditazione “brevi momenti”
–  Osservare, sentire, lasciar andare attraverso le costellazioni
3° modulo

Milano, 7-8 aprile 2018 – Elementi di sistemica II: la famiglia attuale

–  La famiglia attuale
–  La relazione di coppia
–  Le adozioni e gli affidamenti
–  La famiglia allargata: nuove relazioni
–  Esplorazione delle dinamiche familiari nella propria famiglia

4° modulo

Milano, 12-13 maggio 2018 – Elementi di sistemica III. Le relazioni professionali
–  Gli ordini nella relazione d’aiuto
–  La leadership: l’empatia, il ricalco, la risonanza, la presenza
–  Il linguaggio verbale e il linguaggio non verbale nelle costellazioni familiari
–  Le costellazioni individuali
–  Il rilassamento e la meditazione

5° modulo

Milano, 16-17 giugno – La Pedagogia Sistemica Integrata
–  I bambini – le relazioni
–  Dove guardano i bambini
–  I traumi prenatali e perinatali
–  Le costellazioni individuali
–  Le costellazioni attraverso le fiabe

6° modulo

Milano, 8-9 settembre 2018 – Sintomi e benessere
–  Il sentire del corpo
–  Sintomi e le malattie: una visione sistemica
–  L’esclusione, l’accoglienza il benessere
–  Trauma e risorse
–  Sulla morte e sul morire

7° modulo

Milano, 6-7 ottobre 2018 –Le costellazioni in ambito lavorativo

–  Gli ordini all’interno dei sistemi lavorativi
–  Gli ordini del successo: il successo e il denaro
–  Pratica in costellazioni e supervisioni

Celli Donatella

Pedagogista e Counselor sistemico ha conseguito un Master sul Disagio Preadolescenziale, un diploma in MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi, una formazione in Costellazioni Familiari, in Comunicazione, in Somatic Experiencing.
Docente di sistemica, conduce percorsi in Pedagogia Sistemica Integrata, in Costellazioni Familiari, laboratori per Genitori e Figli, sessioni individuali di Costellazioni Familiari e Somatic Experiencing.

E’ autrice di “Oltre il limite” (ed. Magi), “Il sentire dei bambini”; “I bambini, le relazioni, i Traumi”; “Genitori e figli imperfetti e felici ; “Mamma e papa giochiamo insieme?” (ed. Tecniche Nuove)

Massimiliano Babusci

Counselor sistemico e fondatore di parentAbility, (www.parentability.it)
Docente e professionista esperto di Costellazioni Familiari, Comunicazione, e altre tecniche di comunicazione autentica.
E’ stato direttore didattico di diversi enti di formazione in counseling. Da oltre 20 anni si occupa di sviluppo delle qualità umane e di facilitazione del cambiamento. Autore di diversi testi didattici per la formazione in Counseling oltre a “L’Adozione consapevole” e “Dimmi dove sei”(ed. Rayuela Edizioni)

Informazioni

Donatella Celli cellidonatella1@gmail.com – cell.338 5669933

Massimiliano Babusci max@massimilianobabusci.it – cell. 335.324308

Valeria Mosca vallymarci@gmail.com – cell. 339 6296586

Maria Rosa Iacco mery.iacco@gmail.com – cell. ‭+39 349 3647796‬

Modulo di iscrizione costellazioni Milano

La frequenza genera crediti per la formazione del curriculum olistico o degli ECP (*) SICOOL Società Italiana Counselor e Operatore Olistico – Associazione di categoria professionale, per tutti gli usi consentiti dalla L. 4/2013.

(*) = Educazione Continua Professionale – aggiornamenti professionali
Attività professionale svolta ai sensi della Legge 4 del 14 gennaio 2013. Il programma dei corsi e le date vanno interpretate come un’indicazione di massima e saranno confermate poi nei dettagli al raggiungimento di almeno 12 partecipanti.

Sentenza. La Corte costituzionale: maternità surrogata, offesa intollerabile alla donna

Maternità surrogata

«L’esigenza di verità» nella filiazione non può imporsi «in modo automatico sull’interesse del minore». Serve una «valutazione comparativa». Ma se il soggetto è un bimbo nato da utero in affitto, e di questa valutazione «fa parte necessariamente la considerazione dell’elevato grado di disvalore che il nostro ordinamento riconnette alla surrogazione di maternità, vietata da apposita disposizione penale». Sono i princìpi di diritto enunciati ieri dalla Corte costituzionale, nella cui cancelleria è stata depositata l’attesa sentenza 272/2017 redatta da Giuliano Amato. Il giudizio – tecnicamente molto complesso e di non facile interpretazione – era stato deferito alla Consulta dalla Corte d’appello di Milano, che sospettava l’incostituzionalità dell’articolo 263 del Codice civile: a detta dei giudici milanesi, infatti, la norma rendeva possibile il disconoscimento del figlio avuto con modalità diverse da quelle naturali anche quando quest’azione giuridica contrastava con l’interesse del piccolo. Nella sostanza, però, il procedimento in Consulta ha permesso di chiarire quando è possibile riconoscere giuridicamente un legame di filiazione diverso da quella naturale, e quali sono i limiti perché ciò accada.

Per giungere a ciò, preliminarmente, la Corte ha dovuto argomentare come nella filiazione il criterio di verità non sia un principio assoluto: lo dimostra l’istituto dell’adozione, dove il legame genitoriale prescinde da quello genetico. Va dunque escluso che l’«accertamento della verità biologica e genetica dell’individuo costituisca un valore di rilevanza costituzionale assoluta», ma nello stesso tempo bisogna «riconoscere un accentuato favore dell’ordinamento per la conformità dello status alla realtà della procreazione». Tra queste due dimensioni bisogna dunque operare un «bilanciamento», consapevoli che il punto di equilibrio deve coincidere con «l’interesse del minore».

«Vi sono casi – ricorda la Consulta – nei quali la valutazione comparativa tra gli interessi è fatta direttamente dalla legge, come accade con il divieto di disconoscimento a seguito di fecondazione eterologa (il coniuge o il convivente che ha prestato il consenso al figlio non può disconoscerlo, anche se non gli ha impresso i propri geni)». In altri, invece, lascia la possibilità che vengano valutate le singole situazioni, e a tal proposito i giudici costituzionali forniscono tre criteri per orientare la decisione: «Durata del rapporto instauratosi col minore», «modalità del concepimento e della gestazione», «presenza di strumenti legali che consentano la costituzione di un legame giuridico col genitore contestato».

Proprio dopo aver enunciato questi criteri, la Consulta lancia un esplicito affondo contro la maternità surrogata: la surrogazione di maternità «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane». La sentenza riconosce che «nel silenzio della legge» (diversamente da quanto accade con l’eterologa) non è possibile disciplinare univocamente la filiazione che da essa discende, ricordando poi come il nostro ordinamento le attribuisca un «elevato grado di disvalore».

Secondo i giudici costituzionali, dunque, per attribuire la filiazione di un bimbo nato da un utero in affitto bisogna innanzitutto considerare la grande contrarietà della pratica al nostro corpus giuridico. Se fosse per ciò solo, dunque, il piccolo non potrebbe esser ritenuto figlio di chi l’ha fatto “assembleare” e “gestare” a pagamento. Bisogna tuttavia verificare se questa soluzione sia o meno superabile alla luce dell’interesse del minore, e l’operazione concreta consiste nell’applicazione dei tre criteri sopra enunciati.

Criteri che, nel caso della surrogazione di maternità, sembrerebbero chiedere un’attenta valutazione solo riguardo alla durata del rapporto dei “committenti” con il minore. Quanto infatti alle modalità del concepimento e della gravidanza, la circostanza per cui i “committenti” abbiano scelto la gestante e colei che offre a pagamento i suoi gameti da un catalogo (così avviene nella pressoché totalità dei casi) difficilmente potrebbe essere considerato sintomo di un interesse del bimbo a venire considerato loro figlio.

Quanto invece alla possibilità di instaurare comunque un legame giuridico, il “committente” non genitore avrebbe la possibilità di valutare l’adozione «in casi particolari», quella cioè non legittimante. Così il bimbo rimarrebbe tutelato. Ma, contemporaneamente, colui che ha violato la legge non si vedrebbe riconosciuta quella genitorialità piena cui avrebbe aspirato. Un «bilanciamento» tra verità della filiazione e interesse del minore, d’ora innanzi offerto dalla Corte a tutte le magistrature d’Italia.

Fonte: Avvenire.it – Marcello Palmieri lunedì 18 dicembre 2017

Pescara, “L’Adozione Reciproca”: il De Cecco capofila nell’accoglienza di studenti adottati

De Cecco“Un progetto che mira a entrare in un mondo molto difficile, in cui occorre stabilire un rapporto intenso e stretto tra famiglia e scuola per la reale e concreta inclusione dei ragazzi, aiutandoli a superare eventuali gap e traumi. Il progetto si è concluso con l’ultimo step del percorso di formazione attraverso un momento di incontro con la dottoressa Antonella Mancaniello, direttrice scientifica del progetto e dirigente dell’Usr, la quale ha presentato una prima stesura delle Linee Guida Regionali sulle adozioni”, ha detto la dirigente dell’Istituto Alberghiero Ipssar ‘De Cecco’ di Pescara, Alessandra Di Pietro, che ha accolto nell’Aula Magna della propria sede il momento di confronto tra i 180 docenti interessati, con il coordinamento della docente Alessia Di Giovanni.

“L’iniziativa – ha spiegato la Dirigente Di Pietro – nasce dall’esigenza di mettere a disposizione dei docenti gli strumenti più adeguati per fronteggiare un fenomeno fortemente in crescita, visto che nelle nostre scuole c’è una presenza di minori adottati quantitativamente rilevante, soprattutto per quanto riguarda le adozioni internazionali, che pone delle evidenti difficoltà linguistiche ed esperienziali tra gli studenti”.

Tre gli obiettivi del progetto: diffondere le linee guida nazionali, elaborare le linee guida regionali e formare i Docenti Referenti per le adozioni di ciascun Istituto abruzzese, che dovranno supportare i colleghi e svolgere una funzione di raccordo con tutti gli altri soggetti che seguono il minore nella post-adozione.

“Il progetto ‘L’Adozione reciproca’ – ha ricordato la dirigente Mancaniello – è iniziato il 21 marzo scorso, con un convegno organizzato dall’Ipssar ‘De Cecco’ che ha coinvolto oltre al mondo della scuola, anche i magistrati del Tribunale dei Minori, psicologi e le équipe territoriali di Montesilvano e Pescara, ed è poi proseguito con i Laboratori di idee e buone prassi svolti nell’Aula Magna del ‘De Cecco’, anche in videoconferenza con le sedi di Chieti, Teramo e L’Aquila; prezioso il coinvolgimento dei funzionari degli Uffici Scolastici delle quattro province, ossia Clara Evangelista, Rossella Mosca, Maria De Dominicis, Roberta Patricelli, Aldo Ruggeri e Giordano Di Pancrazio, che hanno svolto le funzioni di Tutor e coordinamento”.

“L’obiettivo finale dell’iniziativa per la scuola – ha aggiunto la dirigente Di Pietro – è quello di garantire la qualità del processo di inclusione dei minori adottati con la realizzazione di Protocolli d’Accoglienza e di Progetti Inclusivi adeguati ai singoli contesti e capaci di garantire sempre il benessere e la valorizzazione delle specificità. Dopo l’evento odierno, è chiaro che saranno necessari ulteriori momenti di approfondimento e di aggiornamento per i docenti referenti perché il problema delle adozioni nelle scuole è tanto rilevante in funzione dell’aumento dei minori adottati che si iscrivono”.

Fonte: Cityrumors.it

«Io, concepita in provetta, combatto per dire quanto è dura nascere così» Leggi di Più: Intervista a Audrey Kermalvezen, nata in provetta”

Fonte: Tempi.it – Novembre 11, 2015 – Benedetta Frigerio

Audrey Kermalvezen, avvocato francese, ha scoperto la verità su di sé dopo essersi sposata con un altro “figlio della fecondazione eterologa”. A tempi.it racconta la loro paura comune: «Non possiamo sapere se abbiamo lo stesso genitore»

Accorgersi quasi inconsciamente che c’è qualcosa che non va fin da quando si è piccoli e scoprire che non è vero che nascere in laboratorio da una persona diversa da quella che ti ha cresciuto è indolore. Arrabbiarsi e poi realizzare che la responsabilità non è solo dei propri genitori, ma di tutto il sistema. Soffrire e poi reagire e cercare di combatterlo. È questa la storia che ha portato Audrey Kermalvezen (nelle foto), avvocato francese di 33 anni, a diventare una delle paladine della lotta contro la fecondazione eterologa e l’anonimato dei cosiddetti “donatori” di gameti.

NATA IN PROVETTA. Infatti, spiega a tempi.it Kermalvezen, membro dell’associazione Procréation médicalement anonyme (Procreazione medicalmente anonima), «siamo qui a testimoniare quanto sia difficile essere stati generati così e non tanto a combattere per scoprire le nostre origini». L’avvocato usa il plurale perché la sua vicenda è cominciata quando era già sposata con un uomo concepito in provetta come lei, che però sapeva fin da bambino di essere nato tramite la fecondazione eterologa. Un caso? «Beh – continua l’avvocato – quando ero piccola non sapevo nulla, eppure sognavo sempre un uomo che arrivava e mi portava via. Poi chiedevo continuamente ai miei genitori se mi avevano adottata. All’età di 23 anni scelsi di specializzarmi in diritto bioetico, pur non sapendo ancora nulla della mia storia». Insomma, tutto attirava Kermalvezen verso il mondo della provetta.

LA RIVELAZIONE. Poi nel 2009, compiuti 29 anni, i genitori della ragazza decisero di rivelare a lei e al fratello, allora 32enne, che entrambi erano stati concepiti in laboratorio con lo sperma di uno sconosciuto. «Mio fratello si sentì sollevato», perché era sempre stato certo che nella sua esistenza e in quella della sua famiglia «ci fosse qualcosa che non andava». La reazione di Kermalvezen invece fu «la rabbia contro i miei genitori per il fatto di averci mentito», anche se «poi compresi che non erano solo loro i responsabili del segreto, ma anche i dottori che avevano creato tutte le condizioni per mantenerlo, scegliendo un donatore che assomigliava a mio padre e dicendo a lui e a mia madre di non rivelarci nulla».

«LA NOSTRA PAURA». Ma il dolore per l’avvocato è stato doppio dato che «con mio marito condivido una paura: quella di essere nati dallo stesso genitore». Ragione per cui «mio marito è molto implicato nella battaglia per l’accesso alle sue origini. Lui e le sue due sorelle sapevano da sempre di essere stati concepiti da un donatore di sperma ma erano pure sicuri che i loro genitori avrebbero dato loro le informazioni sull’identità paterna una volta compiuti i 18 anni. Ma così non è stato: non erano in possesso di alcuna notizia a riguardo».

«SI RIFIUTANO DI RISPONDERMI». Il problema non è tanto l’abolizione della norma francese che dal 1994 stabilisce l’obbligo dell’anonimato per il donatore, «perché io sono stata concepita nel 1979. Pertanto è mio diritto che contattino il “donatore” e gli chiedano se vuole rimanere anonimo o no. Se dirà che non vuole rivelarmi la sua identità, rispetterò la decisione». Su una cosa, però, Kermalvezen non transige: «La legge protegge solo l’identità, ma la giustizia francese stabilisce che non si possa nascondere se mio fratello o mio marito e io siamo stati concepiti o meno tramite lo sperma dello stesso uomo. Invece, si rifiutano di rispondermi».

«NON C’È RIMEDIO». Kermalvezen ha raccontato la sua storia nel libro Mes origines, une affaire d’Etat (Max Milo), uscito nel 2014. Purtroppo è difficile per un figlio della provetta rivendicare un diritto quando la legge, permettendo la fecondazione assistita, mette comunque il diritto del concepito in secondo piano rispetto a quello dell’adulto. «Questo è il problema per cui non ci rispondono», conclude. «Ecco perché noi non siamo qui innanzitutto per conoscere le nostre origini, ma per testimoniare quanto sia dura nascere così». Perché a tutta questa sofferenza «non c’è alcun rimedio».

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“Sculacciare i bambini lascia segni indelebili sulla loro psiche”

Sculacciare i bambini foto

Un articolo su “The Conversation” riapre un’annosa questione: è giusto o no picchiare i bambini che fanno i capricci?

Fonte: Huffingtonpost – Culture – articolo di Ilaria Betti

Sculacciare un bambino può lasciare segni indelebili sulla vita di quest’ultimo. Un articolo di “The Conversation”, scritto da due studiose, Tracie O. Afifi della University of Manitoba e Elisa Romano, professoressa di psicologia clinica alla University of Ottawa, è tornato su una questione sempre aperta: è giusto o no picchiare i bambini che fanno i capricci? Può un atto inferto con lo scopo di insegnare loro la buona educazione penalizzarli invece nel corso della vita?

Le due ricercatrici hanno cercato di fare il punto sulla situazione, chiamando a raccolta studi e ricerche precedenti e hanno scoperto che alcune delle inchieste più approfondite nel campo evidenziano già da tempo che sculacciare i propri figli è quanto di più dannoso i genitori possano fare per i loro bambini. Elizabeth Gershoff, psicologa alla University of Texas at Austin, USA, nel 2002 ha passato in rassegna 88 studi pubblicati nei 62 anni precedenti e ha notato che quasi tutti erano concordi nel dire che i piccoli che subivano punizioni corporali erano anche coloro che in età adulta erano più propensi a diventare delinquenti, a creare rapporti basati sull’abuso o a sviluppare comportamenti antisociali.

Nel 2016, la Gershoff ha tentato un’impresa simile, analizzando i 75 studi pubblicati nei 13 anni precedenti e concludendo che in nessuno dei casi presi in esame i bambini sculacciati avevano migliorato le loro performance o corretto il loro comportamento. Anzi, le percosse finivano, in età adulta, per favorire lo sviluppo in loro di aggressività, relazioni complicate con il prossimo e anche malattie mentali.

La sculacciata, sebbene sia stata assunta come metodo educativo per anni dai genitori, è ora vietata in 53 Paesi del mondo: è il segno di un cambiamento di mentalità. “La ricerca – si legge nell’articolo pubblicato su ‘The Conversation’ – mostra chiaramente come la sculacciata abbia delle conseguenze negative sulla salute mentale, sociale e sullo sviluppo. Tra questi effetti, possono esserci problemi psicologici, abuso di sostanze stupefacenti, tentativi di suicidio, difficoltà cognitive. Allo stesso modo, è importante sottolineare che nessuno studio ha mai dimostrato l’efficacia della sculacciata per i bambini. Quelli che dicono che è sicura se fatta in un modo specifico, stanno esprimendo una loro opinione. E queste opinioni non sono supportate da evidenze scientifiche”.

“Ora abbiamo dei dati che ci dimostrano chiaramente come le sculacciate non siano sicure né siano efficaci. Naturalmente ciò non fa dei genitori che sculacciano dei cattivi genitori. In passato, semplicemente non erano noti i rischi di una simile pratica”, si legge ancora nell’articolo su “The Conversation”. Oggi, invece, questi pericoli sembrano chiari: dunque, sarebbe meglio cercare altri modi per risolvere le controversie o per riportare i piccoli sulla retta via.

Bambini adottati, 12 mesi in famiglia ne valgono 16

Bambini adottati

 

FONTE:  WWW.VITA.IT

«Essere accuditi in una famiglia ha permesso loro di crescere con un’accelerazione superiore a quella dei coetanei, tanto che si potrebbe affermare che in un anno “abbiano vissuto 16 mesi”»: così una ricerca sul primo anno in famiglia dei bambini adottati, svolto dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano. In un anno i bambini guadagnano in media 7 punti di quoziente intellettivo

Un anno in famiglia, da figlio? Per un bambino adottato non vale dodici mesi, ma molto di più: sedici mesi. Lo ha evidenziato una ricerca triennale promossa dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano, sotto la supervisione del prof. Jesus Palacios dell’Università di Siviglia, in collaborazione con “Il Cerchio”, Centro Adozioni dell’ASL Milano 1 e l’Ospedale San Paolo di Milano. L’obiettivo della ricerca, realizzata fra il 2011 e il 2014, era monitorare il primo anno di inserimento del bambino adottivo nella nuova famiglia, con un’attenzione specifica all’andamento delle relazioni familiari e alle possibilità di recupero dei bambini rispetto agli svantaggi iniziali, rispetto allo sviluppo fisico, cognitivo e psicosociale. Qualche tempo fa sui social giravano le “foto su come la gioia dell’adozione cambia i bambini” (qui un esempio a caso): un giochino facile, basta scegliere due foto giuste, si potrebbe pensare. Ma è la realtà.

I ricercatori hanno incontrato il bambino entro due mesi dall’inserimento in famiglia, prima a casa e poi al Centro Adozioni. Un anno dopo il nuovo incontro si svolge presso il Centro Adozioni, con l’intera famiglia: viene ripetuta la somministrazione del test cognitivo al bambino e del questionario ai genitori. Sono state coinvolte le 62 famiglie seguite dal Centro Adozioni: 10 sono casi di adozione nazionale e 52 casi di adozione internazionale (tra cui cinque fratrie), per un totale di 68 bambini e 124 genitori. Lo studio è presentato oggi nel primo numero della neonata newsletter del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Dall’analisi degli itinerari di crescita compiuti dai bambini dal punto di vista cognitivo e del controllo emotivo è emerso che essere accuditi in una famiglia ha permesso loro di crescere con un’accelerazione superiore a quella dei coetanei, tanto che si potrebbe affermare che in un anno “abbiano vissuto 16 mesi”. Nel medesimo lasso di tempo hanno guadagnato in media 7 punti di quoziente intellettivo», si legge. «L’adozione viene quindi confermata come un contesto di vita favorevole per lo sviluppo e il recupero dei bambini: una sfida per i genitori e per tutto il contesto sociale».

Foto Jorge Barahona /Unsplash

Il parto segreto, l’alternativa alle tragedie di Trieste e Settimo Torinese

Parto segretoFONTE: www.vita.it

Poche settimane fa Trieste, ora Settimo Torinese: la madre ha confessato, ha partorito in casa e gettato il neonato dal balcone. Casi drammatici. Un’alternativa c’è. In Italia ogni anno circa 300 neonati non vengono riconosciuti alla nascita e in pochi giorni sono accolti in una famiglia adottiva. L’appello è unanime: dare piena attuazione alla normativa vigente sul parto segreto e rafforzarne la conoscenza

Ha confessato la donna di Settimo Torinese: ha partorito il bambino in casa e poi l’ha gettato dal balcone, secondo piano di una palazzina. Il bambino era stato ritrovato ieri all’alba da due netturbini ed era morto poco dopo l’arrivo in ospedale. La donna ha 34 anni, è italiana, un compagno agente immobiliare e una figlia di tre anni. Interrogata dai carabinieri per tutta la notte, è crollata questa mattina all’alba. Una tragedia che lascia attoniti, a pochi giorni di distanza da un episodio per certi versi analogo, avvenuto a Trieste: anche lì una ragazza aveva partorito in casa e abbandonato il bambino nel giardino condominiale. Anche lì ci si era stupiti per la parvenza di “normalità” della famiglia, per l’assenza di un disagio conclamato. Qui c’è differenza d’età: 34 anni, un compagno e una figlia non sono la stessa cosa che 16 anni e la solitudine. Ma forse c’è lo stesso non vedere un’alternativa. E il non sapere che è possibile partorire in sicurezza – per sé e per il bambino – e in anonimato, senza lasciare traccia del proprio nome, affidando il bambino a un’adozione.

Lo aveva detto subito, all’indomani dei fatti di Trieste, la Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, Filomena Albano: «Anche i più giovani devono sapere che, anche se non si sentono pronti a diventare genitori, hanno delle alternative e possono comunque dare alla luce un neonato, che potrà vivere ed essere accolto in una famiglia che desidera crescerlo avendone la responsabilità. L’adozione è una enorme risorsa. L’Italia rispetta la volontà della madre di non essere nominata al momento del parto, nella massima riservatezza e senza giudizi colpevolizzanti, occorre diffondere la consapevolezza che esistono alternative a scelte drammatiche: le ragazze devono avere fiducia, devono chiedere aiuto e accettare aiuto, perché non sono sole».

«Non possiamo non sottolineare l’importanza di rafforzare la rete di prevenzione per scongiurare altri drammi, lavorando sulla comunicazione all’interno delle scuole, nei consultori, in tutta la rete dei servizi, per intercettare per tempo le situazioni di maggiore fragilità e per diffondere tra tutte le donne la conoscenza della legge italiana, che prevede la possibilità di tutelare il parto in anonimato in ospedale»: aveva detto Raffaela Milano, Direttore dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

Cosa dice la legge
La legge italiana infatti consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’Ospedale dove è nato (DPR 396/2000, art. 30, comma 2) affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata”. Una maggiore conoscenza di questa opportunità contribuirebbe a diminuire i parti non assistiti, garantendo l’incolumità delle donne e dei bambini ed evitando gli abbandoni di neonati in luoghi non sicuri. Negli ultimi dieci anni il numero di neonati non riconosciuti alla nascita si è fortemente ridotto: erano 410 nel 2004 e sono stati 278 nel 2014, con un calo di oltre il 30%. Un calo che per Donata Nova Micucci di Anfaa può essere collegata al fatto che alcune sentenze recenti vadano nella direzione di indebolire la garanzia di anonimato, spingendo le donne a scegliere l’aborto o per l’appunto il parto in luoghi e modi infinitamente meno sicuri di un ospedale, con un aumento di infanticidi o di bimbi abbandonati in luoghi che mettono in pericolo la loro vita. «Una rilevazione effettuata da Anfaa fra il 2000 e il 2014 attesta un calo del 23% circa dei minori non riconosciuti alla nascita, come se il solo sapere che il Parlamento stava discutendo questa possibilità avesse portato le donne a fare altre scelte», ci aveva detto Micucci. Invece, con il parto in anonimato «a pochi giorni dalla nascita, il piccolo viene inserito in una famiglia adottiva, individuata dal Tribunale per i Minorenni fra quelle che hanno presentato domanda di adozione al Tribunale stesso: sono circa 300 all’anno i neonati non riconosciuti che, grazie a queste disposizioni, vengono adottati in Italia».

Cosa fare per far conoscere la legge
Per Raffaella Milano «casi come questi ci confermano l’importanza fondamentale di attivare ogni forma di attenzione nei confronti di chi vive condizioni di particolare fragilità sociale e psicologica, con il coinvolgimento attivo di insegnanti, pediatri, medici di famiglia, per diffondere ad ogni livello la conoscenza della possibilità di essere sempre assistite in ospedale durante il parto, dove si può partorire in totale anonimato, avendo la possibilità di dare alla luce il bambino in ospedale, senza l’obbligo di riconoscerlo alla nascita». Mentre Anfaa richiama l’urgente necessità che in situazioni come questa «i mezzi di informazione, oltre a stigmatizzare severamente l’accaduto, ricordino che le donne, sposate o no, comprese le extracomunitarie senza permesso di soggiorno, che non intendono riconoscere il proprio nato, hanno diritto a partorire in assoluta segretezza negli ospedali e nelle strutture sanitarie garantendo a se stesse e al neonato la necessaria assistenza e le opportune cure». Per scongiurare altri drammatici abbandoni o infanticidi, l’Anfaa ritiene indispensabile «che al più presto il Ministero della salute, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni assuma le necessarie iniziative per la piena attuazione della normativa vigente in materia di riconoscimento e non riconoscimento dei neonati e di tutela del diritto alla segretezza del parto, per promuovere campagne informative al riguardo e per l’attivazione di tavoli di lavoro multidisciplinari che vedano la partecipazione di tutti gli attori coinvolti».