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Vittorio Marchi: la morte non esiste, l’ha scoperto la fisica

Morte non esiste Articolo

Vittorio Marchi, estratti dall’intervista “Fisica quantistica e spiritualità”, pubblicata sul blog di Giovanni Pelosini il 10 luglio 2011. Il professor Marchi è un eminente ricercatore italiano nel campo della fisica quantistica, autore di importanti saggi anche a carattere divulgativo come “La scoperta dell’invisibile”, “La vertigine di scoprirsi Dio” e “La grande equazione – io, l’universo, Dio”

Come e quando, da studioso di fisica, sono passato dalla “scienza” alla “coscienza”? Osservando che la materia, ovvero il fondamento della visione meccanicistica della realtà, che si credeva “solida”, densa, compatta e intangibile, perdendo la sua consistenza materiale, si trasformava sempre di più in un Pensiero. Quando? Considerando che noi fisici, ricercatori di un settore come quello del campo della fisica quantistica, confortati dagli studi delle neuroscienze, abbiamo scoperto al Cern di Ginevra che la “nuova sostanza primordiale”, base della formazione dell’universo, non è la “materia” (di cui si diceva sopra), bensì l’Informazione. Un Campo di Coscienza Universale, interamente intelligente. Un “Campo Energetico Unificato”, come lo definisce oggi la fisica e che un tempo, circa 5000 anni fa, il mistico indicava con il nome di “Akasha”. Il maestro è stato un libro, a lungo cercato, e poi il suo autore, grande amico di Enrico Fermi, che ha pensato bene di passarmi il “testimone”. Il punto di riferimento è stata la “caduta del mito di Dio e della Creazione”, determinata dal punto di incontro tra il misticismo orientale e la fisica quantistica.

Finché la fisica non è scesa nei meandri del mondo subatomico, non è stato possibile comprendere le Sacre Scritture, e in particolare quelle dei testi himalayani. Quando invece è discesa nelle profondità dell’invisibile, ho scoperto che tempo e spazio Il professor Vittorio Marchi, fisico quantisticoperdevano di significato. La verifica mi è stata data dal fatto che il misticismo orientale ha percorso questa strada partendo dall’invisibile, mentre la scienza occidentale è partita dal grossolano del mondo materiale o visibile per incontrarsi con essa sul piano del “sottile”. Inevitabile, certo, che i pensieri meno ordinari che esprimo nei miei libri e nelle conferenze abbiano creato problemi in ambito accademico. La psicoscienza e in particolare la psicofisica hanno scoperto una novità piuttosto dura da digerire. La fisica quantistica sta dimostrando che quel mondo naturale che si credeva così materialmente reale sta svanendo nella “irrealtà” della sua consistenza fisica. E cosa fanno i nostri più illustri leader del conservatorismo scientifico per correre ai ripari? Dicono che la materia solida è qualcosa di stabile e che le regole che si applicano al mondo subatomico non si applicano al mondo macroscopico newtoniano.

Dicono insomma che tra il micro e il macro esistono due diverse serie di leggi e di regole. Il che è falso, come dimostrano tutti gli esperimenti eseguiti da Anton Zeilinger, professore di fisica all’università di Vienna. Il quale è un esempio che fa eccezione alla regola. Il fatto è che ciò che ancora le varie accademie del mondo non accettano è che il mondo “spirituale” sia un prolungamento della scienza e ne rappresenti il suo completamento. Di qui l’ostracismo. In che modo le più recenti scoperte della fisica quantistica confermano le visioni mistiche dell’antichità presenti in modo simbolico negli archetipi delle mitologie, dell’alchimia, dell’astrologia, dei tarocchi? Il misticismo orientale afferma che Dio non è una entità, ma uno stato di consapevolezza, e che uno scienziato unidisciplinare non lo troverà mai, perché viaggia con il paraocchi. Per questo c’è stato un Gesù che con la sua missione storica si è speso molto per osservare che “tutto l’universo è figlio di una donna sterile”. Una metafora per indicare come tutta la creazione sia… Increata. Ma come fare per spiegare alla mente umana un concetto così Quantisticaimpossibile da assimilare? Come fare ad illustrare che l’Universo è “inessente”, e che quindi non diviene, nel senso che non viene in essere, ma è?

Per cercare una via di uscita al problema, il misticismo ha dovuto affidarsi al simbolo e al mito per esprimere un concetto di Assoluto Eterno che eliminasse l’idea dell’origine e della fine, della nascita e della morte delle cose e degli esseri umani. Ma il misticismo, tra archetipi, alchimie, astrologie e altro, mancava di un linguaggio adatto, di una “neolingua”, capace di trasferire quanto sperimentato interiormente (spiritualmente) all’esterno. Per questo la scienza (quantistica), pur arrivando in ritardo, ha avuto il grande merito di tradurre in un linguaggio elaborato, ideale e più adatto alla massa qualcosa che ha le dimensioni dell’“infinito”, per trasmettere tale “Informazione” alle capacità dell’intelletto umano. E allora, coincidendo con quanto affermato dalla verità mistiche millenarie, anche la fisica quantistica ha finito per concordare con i testi dei Veda e dei Vedanta nel dire che non esiste un “altrove” (relatività), bensì un “ovunque” (assoluto); non un luogo (spazio), ma la non-località; non un tempo, ma un “hic et nunc” (qui ed ora), sempre. Ecco perché oggi l’Oriente riconosce che “scienza e spiritualità sono come due gambe che consentono all’uomo di avanzare verso la meta”.

Qual è il ruolo dell’essere umano nell’universo? Fondamentale. L’uomo è figlio di questo universo e questo universo è figlio dell’uomo. L’uno genera l’altro, come il seme l’albero e viceversa, in un apparente paradosso inesplicabile. Ognuna delle due “singolarità” non ha creato l’altra, altrimenti avrebbe duplicata se stessa, ma si è semplicemente riflessa (disuguaglianza simmetrica). “Tutto, assolutamente Tutto, è indissolubilmente e in continuità tra nucleo (uomo-particella) e Campo o Spazio Pensante” (“ondi-cella” – Coscienza/Vibrazione) (Schroedinger, 1958). La forma è solo un’area vibrazionale più densa del Campo Energetico Unificato. Pertanto, l’Osservato dipende dalla presenza dell’Osservatore. Lo scopo dell’universo, del resto, è Il fisico Erwin Schrödingerquello di essere osservato. Senza l’osservatore non esiste l’universo – e, viceversa, l’osservato. Sono Uno. Altrimenti, se per assurdo così non fosse, la vita non sarebbe.

Che cos’è il tempo? Esiste veramente o è una illusione mentale? Con l’osservazione, l’onda diventa corpuscolo. L’energia del Campo Unificato (intelligente) diventa materia. La materia si trasforma e produce il tempo e lo spazio (il momento e la posizione). Dunque il tempo nasce dalla trasformazione dell’energia in materia. Ma in realtà il tempo e lo spazio non esistono. Ci sono intervalli rapidissimi che sembrano succedersi in continuità tra una scomparsa e una apparizione di una particella e l’altra. Questi intervalli che sembrano susseguirsi in rapida successione sembrano andare a costituire il tempo. Ma così non è. Se il nostro occhio potesse avere un potere percettivo più veloce (più risolutivo), ci accorgeremmo che nulla fluisce e nulla scorre. Tutto è, anche se ciò sembra un ossimoro (paradosso); movimento è quiete – come diceva lo stesso Gesù (primo fisico quantistico ante litteram). Solo ora, forse, si è incominciato a intravedere che il “nulla” o il “vuoto” di cui parlavano il “realizzato” himalayano o il Sufi islamico non stavano a indicare il “niente”, bensì il “pieno” di uno stato quantico vibrazionale, privo di spazio, di tempo e di materia, dal quale, secondo il modello di Vilenkin del 1982 della Tufts University, scaturisce il manifesto e ad esso ritorna eternamente, in un ciclo senza fine e senza inizio.

Il limite del nostro ragionare è che esso è lineare e si snoda in un’unica direzione, secondo un orientamento unidirezionale come il presunto sviluppo del tempo, mentre nella realtà noi non vediamo che esso è “ossidato” dalla nostra incapacità di renderlo circolare. E ciò dipende dal fatto che noi crediamo che il nostro tempo di vita sia inferiore a quello dell’universo, dalla concezione che ci siamo fatti di essere una parte, e “da parte”, quindi marginali al Tutto, da cui ci sentiamo strappati, isolati e chiusi. Il giorno però che ci renderemo conto che stiamo ritornando al Tutto (Uno), da cui pensiamo illusoriamente di essere stati tolti (col Alexander Vilenkin, celebre fisico che insegnò a BostonDue, espresso dal mito della caduta), allora capiremo il perché abbiamo l’impressione che il tempo scorra sempre in avanti, verso il futuro (che non c’ è). E allora il tempo cesserà di esistere, perché tutto ciò che è nell’universo è già dentro di noi.

Quale futuro immagino che la scienza possa riservare all’umanità e alla sua evoluzione spirituale? Grandi passi, se i ricercatori del futuro, uscendo dai loro schemi mentali meccanicistici, si orienteranno verso un tipo di ricerca che li vedrà occupati in veste di ricercatori “spirituali” nel campo del “sottile”, della coscienza cosmica e del Campo Unificato. Se riusciranno a superare quel “limen”, un punto liminale o limite di separazione, causato da una soglia sensoriale, psicofisiologica, che procura all’uomo l’illusione ottica di essere Altro dall’essere un unico con il Tutto e di non vedere che Osservatore e Osservato (come asserisce la fisica quantistica) sono Uno. Non per niente il termine “Uomo” deriva dal sanscrito “Manava”, a sua volta derivato da “Manas”, pensiero o “coscienza empirica”. Si tratta quindi di cominciare a riconoscere che esiste una realtà fatta di una certa identità presente tra uomo e cosmo, relazione che si va facendo sempre più stretta, fino ad essere sostenuta oggi dalla stessa Pnei (psico-neuro-endocrino-immunologia). E non è un caso che la stessa Università di Southampton (Regno Unito, altra eccezione) nell’ambito del progetto “Coscienza Umana” abbia lanciato un invito alla collaborazione internazionale per lo studio di “Aware”, connesso al processo conosciuto come “Awarness during Resuscitation”.

Primo Sì sul Jobs Act del Lavoro Autonomo; ora approda al Senato!

Colap

Roma, 28 Luglio 2016 – Ieri pomeriggio la Commissione Lavoro del Senato ha approvato il disegno di legge che rappresenta il #JobsAct del lavoro autonomo aggiornandolo con una serie di emendamenti rispetto al testo presentato. Un provvedimento a lungo atteso da diversi milioni di persone che hanno duramente pagato gli effetti della lunga recessione, e che aspettavano con ansia e trepidazione questa “svolta culturale”.

“Negli innumerevoli incontri di questi mesi, con tutte le forze politiche presenti nella Commissione Lavoro del Senato – apre la Presidente Alessandrucci – abbiamo presentato le nostre proposte, sotto forma di emendamenti, non solo legate all’articolato, ma alla filosofia, anche politica, che questo provvedimento avrebbe dovuto manifestare: competitività, competenze e tutele questo il sunto degli obiettivi che ci aspettavamo dal disegno di legge ”.

“Avevamo chiesto e sperato che il testo, rappresentasse soprattutto un incentivo all’apertura di nuove partite iva e alla crescita della produttività di quelle già aperte – prosegue la Alessandrucci – un disegno di legge in grado di guardare al mercato e incoraggiare il professionista ad emergere dal sommerso”.

“Per quanto riguarda le tutele – spiega la Alessandrucci – accogliamo con favore l’inserimento della nostra proposta, che prevede che i periodi di malattia certificati come conseguente a trattamenti oncologici o a trattamenti legati a malattie gravi o che comunque comportino una inabilità lavorativa del 100%, siano equiparati alla degenza ospedaliera, molto di più si poteva fare per rendere fruibili i congedi, l’astensione di 6 mesi è impraticabile per qualsiasi partita iva”.

“E’ stata accolta anche la nostra proposta di far collaborare le associazioni con i centri per l’impiego, perché è utile che le Istituzioni inizino a collaborare con il mondo professionale – incalza la Presidente del CoLAP – sarà il primo degli interventi di sinergia, per il mondo dell’associazionismo professionale che molto può ancora dare”.
“Abbiamo tentano di portare nella Commissione Lavoro la voce dei professionisti – continua la Alessandrucci – e se oggi dovessimo valutare il disegno di legge approvato in commissione, lo faremmo con molto meno entusiasmo rispetto a quando, nella presentazione della Stabilità, Renzi lanciò il jobs act del lavoro autonomo; si prospettava un disegno di legge in grado di riformare e rafforzare questo mondo a lungo trascurato, oggi esce un testo molto attenuato che non fa veri cambiamenti e a tratti rafforza le storiche lobby!”.

“Ma sono fiduciosa che nell’iter parlamentare si possa ancora migliorare il testo – conclude la Presidente del CoLAP – noi ci saremo a portare le istanze e le proposte!”

#siamofiduciosi
Senato della Repubblica

Emiliana Alessandrucci

Novità dalla Lombardia: nuovo bando per il professionista Legge 4/2013

Colap

Roma, 20 Luglio 2016 – Prima dell’estate finalmente una buona notizia: dalla Regione Lombardia, arriva per la prima volta un bando, denominato Linea Intraprendo, per i finanziamenti anche a fondo perduto, dove compare esplicitamente il riferimento (tra i beneficiari), al professionista Legge 4/2013 iscritto ad un’associazione professionale presente nell’elenco del MISE.

“ Il bandoprevede, infatti, tra i beneficiari i professionisti iscritti agli ordini professionali e i professionisti iscritti alle associazioni presenti nell’elenco del MISE ed in possesso dell’attestato. – spiega la Presidente del CoLAP Nazionale Emiliana Alessandrucci – La misura favorisce e stimola l’autoimprenditorialità lombarda, mediante l’avvio e il sostegno alle start up e all’ autoimpiego.”

“Il riferimento esplicito alla legge 4/2013 è sinonimo di qualità e di garanzia per le Istituzioni – continua la Presidente – il professionista che vuole cogliere questa opportunità deve fornire garanzia alle Istituzioni, del resto anche alle aziende che intendono accedere ai fondi vengono richiesti espliciti requisiti (iscrizione alla camera di commercio, assenza di situazioni di cassa integrazione et, certificazioni di bilanci etc.); l’iscrizione all’associazione è dunque forma di garanzia di qualificazione, rispetto di norme deontologiche, presenza reale sul mercato etc.”

“A chi ci accusa di chiudere il mercato – sottolinea Alessandrucci – diciamo che il mondo associativo è variegato e ampiamente rappresentativo, quindi un professionista può scegliere l’associazione che meglio rappresenta la sua professionalità senza alcun vincolo, che l’accesso ai fondi essendo un’opportunità richiede vincoli e investimenti e pertanto forme di garanzie”.

“E’ un risultato molto importante – prosegue la Presidente Alessandrucci – frutto di un dialogo costante svolto in molti tavoli dove abbiamo illustrato la legge 4/2013 e le nostre proposte, ma è frutto soprattutto di un Coordinamento, quello della Lombardia diretto magistralmente da Nicola Testa e da un direttivo vivace e sempre attivo e presente; è il nostro risultato e se oggi inneggiamo al successo da domani ci attiveremo per renderlo operativo, per non rendere i nostri sforzi vani”.

“E’ un esempio della buona politica che sa ascoltare – apre Nicola Testa, Coordinatore del CoLAP Lombardia – è un risultato per i nostri professionisti e per il territorio. Ora trasformiamo questo successo in uno strumento pratico, da subito ci mettiamo a lavoro per aiutare i professionisti a presentare i progetti. Non posso non ringraziare – continua il coordinatore lombardo – l’Assessore Parolini (attività produttive della Regione Lombardia), l’Assessore Aprea (formazione e lavoro) e il Presidente della Commissione A.T. Malvezzi che ci hanno ascoltati e hanno “sposato” le nostre proposte”.

“Attendiamo le consuete sterili critiche e i soliti attacchi ovviamente – dichiara infine la Presidente Alessandrucci – perché, purtroppo, le cose fatte bene nel nostro Paese vengono ahimé sempre ostacolate dalle solite lobby e dalle solite miopie, ma noi siamo pronti a schierarci dalla parte della Regione e difendere il nostro operato e le nostre proposte per il bene dei Professionisti e del Paese”.

#siamofiduciosi

#labuonapolitica

Il Tribunale di Taranto impone figli adottivi “sani, senza disabilità o patologia, neppure lieve”

Adozione internazionale. Il Tribunale di Taranto impone figli adottivi “sani, senza disabilità o patologia, neppure lieve”.

I decreti vincolati erano stati dichiarati illegittimi dalla Cassazione

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Fonte: AIBI

Era il mese di giugno del 2010 quando la Corte di Cassazione, pronunciando a Sezioni Unite la sentenza n. 13332/2010, affermava l’importante principio di diritto secondo cui sono illegittimi i decreti di idoneità all’adozione internazionale vincolati con il riferimento a caratteristiche del minore.

Dopo quella sentenza sembrava ormai chiaro una volta per tutte che i decreti di idoneità per l’adozione di minori stranieri potessero semmai contenere caratteristiche sulla coppia che intende adottare, ma non sul minore e meno che mai vincoli che contrastino con leggi nazionali o convenzioni internazionali, come era stato il caso per le prescrizioni sulla nazionalità o sul colore della pelle dei bambini. Provvedimenti che non si possono non definire “decreti razzisti”. La stessa sentenza infatti rimarcava il “carattere solidaristico, e non egoistico, della scelta dell’adozione” e affermava chiaramente che “il principio di non discriminazione costituisce uno dei principi fondamentali dell’ordinamento, da cui, a norma degli articoli 1 e 35 della legge n.184 del 1983, l’intera procedura relativa all’adozione internazionale non può discortarsi”.

Sembrava fosse ormai pacifico che l’adozione internazionale è uno strumento di solidarietà che serve a dare una famiglia a bambini che non ne hanno una e non viceversa.

Sembrava… ma evidentemente non era così chiaro.

E infatti lo scorso giugno il Tribunale per i minorenni di Taranto ha dichiarato una coppia idonea ad adottare uno o due minori “purché sani senza disabilità o patologia alcuna, neppure lieve”.

Ora, si può sapere quale ragionevole operatore del settore possa immaginare bambini abbandonati in giro per il mondo, provenienti da un istituto e con un passato travagliato – quale è sempre quello che conduce alla dichiarazione di adottabilità -, “senza patologia alcuna, neppure lieve”?

E come mai, in un mondo che evolve – per fortuna e finalmente – inesorabilmente verso traguardi di uguaglianza sostanziale con riferimento alla disabilità, rappresentanti delle istituzioni nazionali si permettono di accogliere le limitanti (e limitate) disponibilità di persone che aspirano a fare i genitori senza tuttavia essere pronti alle certe difficoltà che ogni genitorialità, così come ogni vita in generale, comporta?

Oltre che alla luce della legge 184 del 1983, anche secondo la legge 18 del 2009 con cui l’Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, decreti come quelli emessi dal Tribunale di Taranto devono considerarsi illegittimi.

Ancor più grave dunque, in quest’ottica, che il Tribunale per i minorenni abbia specificato che l’adottando o gli adottandi della coppia pugliese non debbano presentare alcuna disabilità o patologia neppure lieve, connotando l’intensità di caratteristiche del minore che per legge, come si è visto, non possono essere discriminate.

E’ evidente che la strada verso i decreti di idoneità all’adozione internazionale che non contengano alcun vincolo né caratteristica sui bambini “desiderati” è ancora in salita. A quanto pare, infatti, la Cassazione ha lavorato e si è pronunciata inutilmente: il Tribunale di Taranto ha seguito una direzione opposta a quella stabilita dalla decisione della Suprema Corte. Ma a che cosa serve, allora, una sentenza della Cassazione, se poi questa può essere aggirata da qualsiasi giudice a seconda di quello che egli ritiene più opportuno?

Ai.Bi. non si tirerà certo indietro dinanzi a questa ennesima illegittimità e percorrerà volentieri questo cammino affinché tutti i bambini adottabili, a prescindere da età o altre condizioni, siano trattati in condizioni di uguaglianza e vengano accolti da famiglie davvero aperte a quello che la vita vorrà donare loro.

Il giorno in cui ho smesso di dire “Sbrigati!”

Fumetto mamma

 

FONTE:huffingtonpost.it

Nella nostra vita distratta e indaffarata, ogni minuto conta. Ti senti costantemente come se dovessi spuntare una voce sulla tua lista delle cose da fare, fissare uno schermo, correre verso la destinazione successiva. E non importa in quanti modi tu divida il tuo tempo e la tua attenzione, non contano tutti i compiti che cerchi di portare a termine contemporaneamente: non c’è mai abbastanza tempo in una giornata per tenere il passo.

Questa è stata la mia vita per due frenetici anni. I miei pensieri e le mie azioni erano controllati dalle notifiche elettroniche, dagli squilli del telefono, dall’agenda strapiena. E nonostante il mio “sergente” interiore si fosse prefissato l’obiettivo di arrivare puntuale per ogni attività prevista dalla mia impegnativa tabella di marcia, io non ci riuscivo mai.

Vedete, sei anni fa sono stata benedetta dall’arrivo di una bambina rilassata, spensierata, del tipo “guarda mamma che bei fiori, vuoi annusarli?”

Quando io fremevo per uscire di casa, lei si prendeva tutto il tempo necessario per scegliere una borsetta ed una coroncina scintillante.

Quando dovevo essere da qualche parte “cinque minuti fa”, lei si ostinava ad assicurare al sedile i suoi pupazzi di peluche, allacciando loro la cintura di sicurezza. Se dovevamo pranzare alla svelta da Subway, lei si fermava a parlare con la donna anziana accanto a noi che somigliava a sua nonna.
Se avevo, per caso, trenta minuti da dedicare ad una corsetta, lei insisteva affinché ci fermassimo ad accarezzare ogni cane incrociato per strada.

Quando il primo appuntamento sulla mia agenda era fissato per le sei del mattino, lei si prendeva tutto il tempo necessario per sbattere le sue uova il più dolcemente possibile.

La mia bambina era un dono per la mia personalità di tipo A, ma io non riuscivo a capirlo. Non riuscivo a rendermene conto: quando hai una vita così frenetica la tua visuale è limitata, riesci solo a guardare avanti, al prossimo appuntamento sull’agenda. E tutto quello che non può essere spuntato dalla lista è una mera perdita di tempo.

Quando mia figlia mi faceva deviare dal programma stabilito, pensavo tra me e me: “Non abbiamo tempo per questo”. Di conseguenza, l’espressione che usavo di più con il piccolo amore della mia vita era: “Sbrigati!”.

Le mie frasi iniziavano in questo modo
Sbrigati, o faremo tardi.
E finivano anche così.
“Ci perderemo tutto se non ti sbrighi”.
Le mie giornate partivano con questa parola.
Sbrigati, finisci la colazione.
Sbrigati, vestiti in fretta.
Le mie giornate terminavano con questa parola.
Sbrigati, lavati i denti.
Sbrigati, vai a letto.

Anche se l’espressione “sbrigati” non sortiva l’effetto sperato, quello di aumentare la velocità d’esecuzione dei vari compiti, io mi ostinavo ad usarla. Forse anche più spesso delle parole “Ti voglio bene”.

La verità fa male, ma la verità guarisce… e mi avvicina al tipo di madre che voglio essere.
Poi, un giorno, tutto è cambiato. Eravamo appena passate a prendere mia figlia maggiore all’asilo e ci apprestavamo a scendere dall’auto. Ritendendo che la sorellina non andasse abbastanza veloce, mia figlia le disse: “Sei così lenta”. Quando incrociò le braccia e lasciò andare un sospiro spazientito, rividi me stessa: quell’immagine mi spezzò il cuore.

Ero una “bulla”: facevo pressioni e mettevo fretta ad una bimba che non desiderava altro che godersi la vita. Avevo aperto gli occhi. Vedevo con chiarezza i danni che la mia esistenza frenetica stava causando alle mie figlie, oltre che a me stessa.

Con voce tremante, guardai la mia piccola negli occhi e dissi “Ti chiedo scusa per averti costretta a correre continuamente. Amo il fatto che tu prenda il tuo tempo, vorrei essere come te più spesso”.
La mia dolorosa ammissione lasciò di stucco entrambe, ma il volto della più piccola era illunimato da un’espressione inconfondibile di conferma e accettazione.

“A partire da oggi, ti prometto che sarò più paziente” dissi abbracciando la mia bambina dai capelli ricci, raggiante di fronte a quell’inedita promessa materna. È stato abbastanza semplice bandire la parola “Sbrigati” dal mio vocabolario. La parte difficile è stata acquisire la pazienza promessa. Per aiutare entrambe, iniziai a concederle più tempo per prepararsi, quando dovevamo andare da qualche parte. E, anche allora, ci capitava di fare ancora tardi. In quei momenti, mi rassicuravo dicendomi che sarebbe durata solo per pochi anni, poi sarebbe cresciuta.

Quando io e mia figlia uscivamo per una passeggiata o andavamo a fare la spesa, le permettevo di stabilire il ritmo. E quando si fermava ad ammirare qualcosa, scacciavo dalla testa il pensiero dei miei impegni e la osservavo, semplicemente. Sul suo viso, vedevo espressioni che non avevo mai colto prima. Studiavo le fossette delle sue mani e il modo in cui i suoi occhi si socchiudevano quando sorrideva. Osservavo il modo in cui le persone reagivano quando lei si fermava a parlare con loro. Scoprivo il suo talento nel riconoscere insetti e fiori. Era un’osservatrice ed io ho imparato rapidamente che gli osservatori del mondo sono un dono raro e meraviglioso. In quel momento, mi sono resa conto che lei era un dono per la mia anima frenetica.

Sono passati tre anni dalla mia promessa: contemporaneamente ho iniziato il mio percorso verso l’abbandono delle distrazioni quotidiane, verso una maggiore concentrazione sulle cose importanti della vita. Seguire un ritmo più lento richiede ancora uno sforzo consapevole. Mia figlia è il promemoria di cui ho bisogno, mi ricorda che devo continuare a provarci. Ecco un piccolo esempio delle cose che dice o fa, ogni giorno, che me lo ricordano costantemente.

Durante le vacanze, ci siamo concesse una granita dopo aver fatto un giro in bici. Una volta acquistato quel rinfrescante spuntino, mia figlia si è seduta ad un tavolo da picnic ammirando felice la torre di ghiaccio che teneva tra le mani.

Improvvisamente, un’espressione preoccupata le ha attraversato il viso:
“Devo sbrigarmi, mamma?”
Avrei potuto piangere. Forse le cicatrici di una vita frenetica non spariscono mai complemente, pensavo tristemente.

Mentre mia figlia mi guardava, in attesa di ricevere una risposta, sapevo di avere una scelta da fare. Potevo starmene lì, addolorata, pensando a tutte le volte in cui le avevo messo fretta… oppure celebrare il fatto che, ormai, provo ad agire diversamente.

Ho scelto di vivere il presente.
“Non devi correre. Prenditi il tuo tempo” ho risposto dolcemente. Il suo faccino si è illuminato all’istante, le sue spalle si sono rilassate.
Ce ne siamo state lì, sedute fianco a fianco, a parlare delle cose di cui può parlare una bimba di sei anni che suona l’ukulele. Abbiamo anche goduto di alcuni momenti di silenzio, sorridendoci ed ammirando il paesaggio intorno a noi.

Pensavo che mia figlia avrebbe mangiato tutta la sua merenda ma, arrivata alla fine, ha conservato l’ultimo assaggio di ghiaccio e sciroppo dolce per me. “Ti ho lasciato l’ultimo morso, mamma” ha detto orgogliosa. Il ghiaccio tritato non sarà mai buono come quella volta: avevo appena concluso l’affare della mia vita. Ho concesso del tempo a mia figlia… e, in cambio, lei mi ha lasciato l’ultimo morso, ricordandomi che le cose hanno un sapore più dolce, che l’amore arriva più facilmente quando smetti di correre.

Che si tratti di…
Mangiare una granita.
Raccogliere fiori.
Allacciare le cinture.
Rompere un uovo.
Cercare conchiglie.
Osservare le coccinelle.
Fare una passeggiata.
Non dirò più “Non abbiamo tempo per questo”. Perché significherebbe dire “Non abbiamo tempo per vivere”.

Fare una pausa per godersi le gioie semplici della vita è l’unico modo per vivere davvero.
(Credetemi, ho imparato dalla massima esperta mondiale in “come godersi la vita pienamente”).

Questo post è stato pubblicato su HuffPostFrancia ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

Adozioni: le domande che non dovreste fare

Scritto da Stefania Vadrucci il 04 Marzo 2016

Post su IlSole24ore

Mani

L’approccio della signora di turno di solito è soft, ma non bisogna lasciarsi impressionare: un sorriso rassicurante, uno sguardo intenerito, un “Che belle che sono” e poi all’improvviso l’affondo: “Ma sono sue o le ha adottate?”. E qui c’è da chiedersi: che differenza fa sapere se le ho adottate o no, ma soprattutto il retropensiero sembrerebbe essere allora che se le ho adottate non sono mie! È un po’ come se fermassi la prima che passa per la strada e chiedessi: “Mi scusi, ma è figlia di suo marito o l’ha avuta da un altro uomo?”.

Sono perfettamente consapevole che quando cammino per la strada o mi aggiro tra gli scaffali del supermercato con le mie figlie di origine etiope è un po’ come se avessimo una luce lampeggiante accesa sulla testa che segnala la nostra presenza. Sono abituata agli sguardi incuriositi della gente, non mi danno fastidio. Ma le domande, quelle sono un’altra cosa. Capita spesso che la perfetta sconosciuta (di solito statisticamente è donna, l’uomo forse ha più pudore o è meno interessato all’argomento) si senta in diritto di chiedere le cose più assurde in barba, non solo a qualsiasi minimo concetto di privacy, ma soprattutto a ogni buon senso. Soprattutto se succede in presenza dei bambini. Si tratta di un’esperienza comune a tutti i genitori adottivi. E comuni sono anche le domande. Troppo facile però lamentarsi che sull’adozione ci sia poca informazione, se poi siamo i primi a nasconderci e allora cerco sempre di rispondere.

La seconda domanda che arriva puntualmente di solito è: “Ma sono sorelle?”. Se sono figlie mie sono sorelle, mi pare evidente. Ma qui il retropensiero è sapere se sono sorelle “vere”, di sangue. E anche stavolta mi chiedo, ma che differenza fa?
“E non potevate prenderle più piccole?”. Il retropensiero è: che sfortunati che siete stati, almeno il neonato lo cresci tu! “Guardi signora, intanto non è che uno possa scegliere, è una disponibilità che si dà ad adottare e poi anche un bambino di 10 anni ha bisogno di una mamma e di un papà”.
“Ma la chiamano mamma?”, incalza di solito la sconosciuta. Una volta ho pensato di rispondere con ironia “Sa signora, avevo detto loro di chiamarmi nonna, ma come vede sono troppo giovane, fanno fatica!”, ma poi ho preferito tacere, soprattutto perché spesso le domande vengono rivolte tranquillamente senza preoccuparsi della presenza dei bambini. E, infatti, ecco l’immancabile: “E i veri genitori? Se li ricordano? Sanno dove sono?”.

I figli ci guardano mentre rispondiamo e mi chiedo davvero come si possa fare una domanda del genere davanti a loro, senza alcuna attenzione per le loro storie di sofferenza ma soprattutto dei loro sentimenti. Qui di solito mi fermo, non è più la mia storia ma quella delle mie figlie e io non ho alcun diritto di raccontarla ma ho l’opportunità, il dovere, forse, di fare informazione: “In adozione vanno solo i bambini che sono rimasti senza mamma e papà. Di questi gli orfani sono una piccola percentuale. La maggior parte dei genitori naturali ha perso la patria potestà o vi ha rinunciato. I genitori adesso siamo noi. Arrivederci”.

Forse la prossima volta la signora ci penserà due volte prima di lanciarsi in questo interrogatorio serrato e inopportuno e io avrò risparmiato lo stesso trattamento a qualche altra famiglia.

 

Paolo Crepet: “L’utero in affitto ruba l’identità ai bambini”

Fonte AVVENIRE.IT: L’utero in affitto ruba l’identità ai bambini

Utero in affitto

«Chi sono io? Di chi sono figlio? Chi sono mia madre e mio padre? Questa è la discriminante: ogni volta che diventa impossibile rispondere a queste domande, che sono il diritto assoluto di ogni essere umano, si è compiuto qualcosa di sbagliato». È la bussola con cui Paolo Crepet, psichiatra, si orienta in quella che definisce «una galassia di situazioni diverse tra le quali occorre distinguere», eufemisticamente chiamata ‘gestazione per altri’, o più realisticamente utero in affitto.
Mai prima d’oggi nella storia dell’umanità si è rischiato di venire al mondo senza sapere da chi. L’utero in affitto e altre pratiche manipolatrici della nascita, invece, oggi rubano alla persona che nasce la sua stessa identità…
Vorrei rispondere partendo da un assunto, e cioè che questo argomento è molto complesso e le cose complesse non si possono semplificare. Ritengo che gli omosessuali debbano avere tutti i diritti civili e patrimoniali. E il problema non è nemmeno l’adozione, laddove un figlio sia nato da una relazione eterosessuale precedente e poi ad esempio il padre abbia cambiato orientamento sessuale: è chiaro che il bambino resta suo figlio e, qualora la madre per sventura venisse a mancare, andrà a vivere con suo padre, ovvero con la nuova coppia omosessuale.
Dove inizia il problema più grave?
In tutto ciò che ruba l’identità al bambino. Rispondere alla domanda tipica di ogni essere umano, ‘chi sono io?’, è un dovere assoluto, è addirittura fondativo della nostra vita. Pensiamo al caso, seppure diverso, dei figli che sono adottati dalle famiglie: presto o tardi ci chiedono sempre da dove vengono, vogliono andare a vedere il loro Paese, ove possibile anche incontrare i genitori naturali, cercare quella famosa risposta. Ma con l’utero in affitto questa risposta non è possibile darla, ed è un’aberrazione inaccettabile. Come ho detto, esistono però situazioni diverse, che vanno distinte. Inizio dalla più grave.
Qual è, e perché?
Vale la pena ricordare che cosa avviene quando un uomo gay vuole fare il padre, gli preme questo desiderio e decide di recarsi all’estero, ad esempio in America, dove si può fare tutto. Lì si cerca una donna che gli aggrada e già questo è un primo grosso problema, perché siamo in piena eugenetica: si sceglie una razza, il colore della pelle. Elton John mica ha voluto una donna nera di Haiti… L’eugenetica, anche etimologicamente parlando, è già razzismo ed è una pratica ben nota ai nazisti. Celebrare davvero la Giornata della Memoria significa non dimenticarlo. Poi questa donna per nove mesi cresce nel grembo il bambino, e tra madre e figlio durante la gestazione si instaurano relazioni. È provato ad esempio che se la madre si accarezza spesso la pancia nasce un forte rapporto affettivo… Al parto il ricco gay occidentale stabilisce che quindi quella donna non deve allattare, e qui nasce il grande trauma sia per la madre che per il figlio: a entrambi viene negata la meraviglia dell’allattamento, il primo atto che il neonato cerca, e che non è solo una nutrizione. Anni fa si studiava la ‘teoria dell’attaccamento': così a un neonato di scimpanzé si offrirono una tetta di plastica piena del latte di sua madre e più lontano un ciuffo dei suoi peli con dentro una tetta vuota. Il cucciolo andava a cercare quest’ultima. Oggi la teoria dell’attaccamento è cosa nota e riguarda il calore, l’odore, non certo il nutrimento. E noi cancelliamo tutto questo perché decidiamo che va bene così? È mostruoso. Ancora più grave è quando i due gay dicono ‘ma noi teniamo un rapporto con la donna che lo ha fatto nascere': peggio! È accanimento. Se non soffre di autismo, soffrirà in maniera inimmaginabile. È già successo che alcune madri surrogate poi rivendichino la maternità. Particolarmente odioso, poi, è il fatto che tutto ciò sia accettato perché costa cifre altissime, dunque vi accedono solo i milionari. Per coerenza, però, dobbiamo parlare ora degli altri casi sbagliati.
Seconda casistica, dunque?
Una signora single, o lesbica, decide di diventare madre, va ad esempio in Spagna alla banca del seme, sceglie dai cataloghi e compie l’atto con la fialetta. La cosa diversa è che lei stessa se lo cresce in grembo, dunque non interrompe la relazione tra madre e feto, ma l’operazione è comunque eugenetica e soprattutto resta la voragine della risposta mancata: chi è mio padre? Non lo saprà mai e questa è una violenza spaventosa. Non vorrei che la diatriba sull’utero in affitto facesse ‘dimenticare’ questa altra pratica solo femminile, come se non fosse ontologicamente grave per il bambino privato della sua identità.
Terzo caso?
C’è anche una declinazione leggermente diversa che è, ad esempio, quella di Nicole Kidman: l’attrice non voleva restare incinta, per motivi suoi professionali, così ha preso questo connubio tra lei e suo marito e lo ha impiantato in una donna, usata come macchina fattrice. Qui padre e madre geneticamente sono noti, la risposta al ‘chi sono io?’ c’è, dunque il problema non riguarda l’identità, ma certamente l’attaccamento sì, come pure lo sfruttamento di una donna povera, l’affitto di un utero e la speculazione economica. Dei tre casi è il ‘meno grave’ e largamente il più diffuso, ma resta inaccettabile. Come vede, la galassia è complessa. Io non sono in Parlamento e non faccio le leggi, ma da psichiatra dico no in assoluto a tutti e tre i casi.
Molti studi provano che per una crescita equilibrata e serena ogni bambino ha bisogno di un padre e una madre, naturalmente di due sessi diversi. Ma occorre davvero dimostrare una cosa così ovvia?
La questione è recente, fino a vent’anni fa non esistevano tecnologie procreative quindi non era discutibile. Ma siccome nel figlio i problemi possono nascere in qualsiasi momento nei primi 25 anni di vita, non nei primi tre, manca ancora l’esperienza. L’unica che abbiamo risale alla guerra, quando gli uomini erano a combattere e i bambini crescevano in un mondo tutto al femminile, con madre, nonna, zie e sorelle, e tutto in effetti è andato bene, ma lì la famosa risposta c’era: ‘tuo padre è al fronte’, e questo fa un’enorme differenza. Non c’è alcun dubbio che avere accanto la figura maschile e quella femminile è l’ideale, ma oggi spesso prevale un pregiudizio positivo, e cioè che ‘basta l’amore’, da chiunque ti arrivi. È una grande sciocchezza, dietro la quale ci sono soldi e belle parole che ti rubano l’identità. Non scordiamo mai che questo pregiudizio positivo giova a coppie eterosessuali o omosessuali molto ricche, illuse di poter poi colmare qualsiasi vulnus del figlio con i soldi.
Nel momento in cui si paga per un figlio, sfruttando una condizione di povertà, non si ravvisa un fondo di razzismo o di colonialismo?
Non troverà mai un omosessuale indiano o filippino che farà una cosa simile, sia per censo sia perché nella sua storia antica non c’è un passato di colonialismo.

«Sono stata concepita in provetta, combatto per dire quanto è dura nascere così»

http://www.ritasberna.it/web/sono-stata-concepita-in-provetta-combatto-per-dire-quanto-e-dura-nascere-cosi/

Concepita da provetta

Fonte www.tempi.it/Benedetta Frigerio

Audrey Kermalvezen, avvocato francese, ha scoperto la verità su di sé dopo essersi sposata con un altro “figlio della fecondazione eterologa”. A tempi.it racconta la loro paura comune: «Non possiamo sapere se abbiamo lo stesso genitore»

Accorgersi quasi inconsciamente che c’è qualcosa che non va fin da quando si è piccoli e scoprire che non è vero che nascere in laboratorio da una persona diversa da quella che ti ha cresciuto è indolore. Arrabbiarsi e poi realizzare che la responsabilità non è solo dei propri genitori, ma di tutto il sistema. Soffrire e poi reagire e cercare di combatterlo. È questa la storia che ha portato Audrey Kermalvezen (nelle foto), avvocato francese di 33 anni, a diventare una delle paladine della lotta contro la fecondazione eterologa e l’anonimato dei cosiddetti “donatori” di gameti.

NATA IN PROVETTA. Infatti, spiega a tempi.it Kermalvezen, membro dell’associazione Procréation médicalement anonyme (Procreazione medicalmente anonima), «siamo qui a testimoniare quanto sia difficile essere stati generati così e non tanto a combattere per scoprire le nostre origini». L’avvocato usa il plurale perché la sua vicenda è cominciata quando era già sposata con un uomo concepito in provetta come lei, che però sapeva fin da bambino di essere nato tramite la fecondazione eterologa. Un caso? «Beh – continua l’avvocato – quando ero piccola non sapevo nulla, eppure sognavo sempre un uomo che arrivava e mi portava via. Poi chiedevo continuamente ai miei genitori se mi avevano adottata. All’età di 23 anni scelsi di specializzarmi in diritto bioetico, pur non sapendo ancora nulla della mia storia». Insomma, tutto attirava Kermalvezen verso il mondo della provetta.

LA RIVELAZIONE. Poi nel 2009, compiuti 29 anni, i genitori della ragazza decisero di rivelare a lei e al fratello, allora 32enne, che entrambi erano stati concepiti in laboratorio con lo sperma di uno sconosciuto. «Mio fratello si sentì sollevato», perché era sempre stato certo che nella sua esistenza e in quella della sua famiglia «ci fosse qualcosa che non andava». La reazione di Kermalvezen invece fu «la rabbia contro i miei genitori per il fatto di averci mentito», anche se «poi compresi che non erano solo loro i responsabili del segreto, ma anche i dottori che avevano creato tutte le condizioni per mantenerlo, scegliendo un donatore che assomigliava a mio padre e dicendo a lui e a mia madre di non rivelarci nulla».

«LA NOSTRA PAURA». Ma il dolore per l’avvocato è stato doppio dato che «con mio marito condivido una paura: quella di essere nati dallo stesso genitore». Ragione per cui «mio marito è molto implicato nella battaglia per l’accesso alle sue origini. Lui e le sue due sorelle sapevano da sempre di essere stati concepiti da un donatore di sperma ma erano pure sicuri che i loro genitori avrebbero dato loro le informazioni sull’identità paterna una volta compiuti i 18 anni. Ma così non è stato: non erano in possesso di alcuna notizia a riguardo».

«SI RIFIUTANO DI RISPONDERMI». Il problema non è tanto l’abolizione della norma francese che dal 1994 stabilisce l’obbligo dell’anonimato per il donatore, «perché io sono stata concepita nel 1979. Pertanto è mio diritto che contattino il “donatore” e gli chiedano se vuole rimanere anonimo o no. Se dirà che non vuole rivelarmi la sua identità, rispetterò la decisione». Su una cosa, però, Kermalvezen non transige: «La legge protegge solo l’identità, ma la giustizia francese stabilisce che non si possa nascondere se mio fratello o mio marito e io siamo stati concepiti o meno tramite lo sperma dello stesso uomo. Invece, si rifiutano di rispondermi».

«NON C’È RIMEDIO». Kermalvezen ha raccontato la sua storia nel libro Mes origines, une affaire d’Etat (Max Milo), uscito nel 2014. Purtroppo è difficile per un figlio della provetta rivendicare un diritto quando la legge, permettendo la fecondazione assistita, mette comunque il diritto del concepito in secondo piano rispetto a quello dell’adulto. «Questo è il problema per cui non ci rispondono», conclude. «Ecco perché noi non siamo qui innanzitutto per conoscere le nostre origini, ma per testimoniare quanto sia dura nascere così». Perché a tutta questa sofferenza «non c’è alcun rimedio».

Papa e famiglia: «I figli non diventino ostaggio dei genitori divorziati»

Questo il titolo di un articolo del 24 giugno 2015 di Corriere.it redazione Roma

Papa Francesco Famiglie

 

 

Papa Francesco parla di ferite che si aprono all’interno della convivenza familiare e chiede ai genitori di fare attenzione affinché i loro figli non diventino degli ostaggi di mamma e papà.

Il Papa ricorda ai genitori che “quando papà e mamma si fanno del male l’anima dei bambini soffre molto, prova senso di disperazione e sono ferite che lasciano il segno per tutta la vita”.

Abbiamo a cuore l’armonia familiare e leggendo questo articolo mi sono emozionata così come mi emoziono ogni volta che incontriamo nuclei familiari che attraverso gli esercizi delle palestre di parentAbility,  ri-scoprono dentro di se le risorse per vivere con amore ed armonia le fasi dell’evoluzione dei rapporti. Ri-scoprire come ci si sente al giusto posto sistemico permette di osservare i movimenti, permette di sospendere  il giudizio e soprattutto permette di non utilizzare i propri figli come strumenti ma di onorarli per ciò che sono: figli.

I figli sono per metà patrimonio genetico della mamma e per metà patrimonio genetico del papà.

 

Tiziana Cavallucci

parentAbility.

Il TAR del Lazio ha accolto il ricorso presentato dal CNOP.

Con la Sentenza n. 13020 del 17 novembre 2015, il TAR Lazio accoglie il ricorso presentato dal CNOP contro il Ministero dello Sviluppo Economico e contro il Ministero della Salute nei confronti di AssoCounseling, relativamente al fatto che il Ministero dello Sviluppo Economico aveva inserito AssoCounseling negli elenchi – tenuti dallo stesso Ministero – delle associazioni rappresentative delle professioni non regolamentate ai sensi della Legge 4/2013.

Ad opponendum partecipano al ricorso le associazioni: AICo, ANCoRe, CNCP, REICO, SICOOl.

LEGGI QUA LA SENTENZA 

Al momento, per i professionisti, nulla cambia rispetto a prima.

È indubbio tuttavia che questa sentenza – ma ancor prima il fatto stesso che il CNOP abbia ricorso al TAR nei confronti di un’associazione professionale di categoria – apre una nuova fase nella dialettica politico-professionale sul counseling.

A questo punto lo scontro si è spostato davvero sul piano istituzionale.

Si apriranno nei prossimi giorni tavoli di discussione che coinvolgeranno non solo il mondo associativo del counseling, ma anche quello della psicologia professionale che non si riconosce nella posizione del CNOP. È arrivato il momento di prendere ufficialmente una posizione in merito.